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Un'insegnante ai tempi del Coronavirus



Chi guarda fuori, sogna;
chi guarda dentro, si sveglia.


Carl Gustav Jung


di Teresa Uomo

Viviamo in un’epoca in cui tutto scorre velocemente. Viviamo in un mondo frenetico in cui fermarsi anche solo per un momento sembra quasi impossibile, ma in questi giorni, le lancette dell’orologio sembrano non passare mai. Tutto intorno a noi si muove lentamente. Ecco che sembra essere diventato tutto un gigantesco streaming: non incontriamo persone, ma chattiamo con loro, non andiamo al lavoro, ma laddove è possibile, facciamo lo smart working. Ed è tutto così strano, così come quella distanza di un metro che bisogna rispettare tra una persona e un’altra. Le strette di mano sono vietate. Sono vietati anche baci e abbracci, e sappiamo quanto sia benefico il potere di un abbraccio. Abbracciare è un modo meraviglioso per dare amore a chi ci circonda. Al momento il gesto più popolare è “ciao ciao”, da lontano, con quella mano profumata di alcol.

L’emergenza Coronavirus richiede cambiamenti di abitudini e la riscoperta di passatempi dimenticati. Tutto ciò può essere visto come occasione di crescita, quell’occasione per perdersi nei viaggi di introspezione per riscoprire se stessi. Non è poi un dramma starsene a casa. Non è un dramma resistere per qualche giorno alla movida, agli aperitivi, agli appuntamenti; piuttosto è un dramma non rispettare gli altri. È un dramma non rispettare l’intero Paese. A casa si possono fare tante cose meravigliose: leggere, scrivere, guardare film, stare in famiglia riscoprendone il piacere. Sì, il piacere delle piccole cose che ci fanno star bene. D’altronde si dice che la bellezza è nelle piccole cose, forse perché non ha pretese e risplende per un attimo come se fosse immensa.

Proprio mentre aumentano i casi di Coronavirus, il nostro sistema sanitario è quasi in ginocchio e continuano ad arrivare alcune raccomandazioni, tra le quali quelle di stare a casa e di evitare luoghi affollati, tutte precauzioni necessarie, doverose, per noi stessi e per chi ci sta accanto, e per salvare il nostro prezioso sistema sanitario e cercare di uscire quanto prima possibile da un’emergenza che sta rovinando la nostra economia. Dobbiamo armarci di buon senso, di responsabilità, di altruismo e di comprensione.

E cosa dire poi degli insegnanti? Da docente, ho l’abitudine di spiegare camminando in aula, e spesso mi sento dire “prof, ma perché non si siede?”. Ed ogni volta – con un dolce sorriso – ripeto che non amo star seduta a spiegare la lezione. Non mi piace perché ho sempre pensato che l’insegnamento sia un lavoro che richiede l’essere presenti. È un dialogo a più voci. È un confronto. Insegnare è mescolare. Muovere energia e creare sinergia con i ragazzi. Eppure, adesso, ai tempi del Coronavirus, niente campanelle, ma lezioni a distanza rese possibili grazie al supporto della tecnologia. Si comunica attraverso mail, messaggistica istantanea e piattaforme a scopo didattico, con diversi approcci, guardando il mondo da un’altra prospettiva, un’altra logica, e altri metodi di conoscenza. Ribadendo che insegnare non significa solo istruire, ma anche e soprattutto formare ed educare.

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