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Un'analisi attenta dell'attuale frangente



Si vive anche d'illusioni quando sei costretto ad osservare il mondo attraverso una finestra per tanto tempo, così durante il lockdown di marzo ci siamo detti e ripetuto all'infinito che sarebbe andato tutto bene, ci siamo illusi di ritrovare un mondo migliore, una umanità più consapevole.

Invece purtroppo complice ingrato e forse inevitabile, il colpo di coda del virus e Dio solo sa se sia davvero la coda, rappresentata dallo strascico di difficoltà latenti circa le misure di sicurezza sanitaria, l'inerzia di chi si arroga il diritto di negare la pericolosità del virus, a sfregio di quanti piangono i loro morti che non hanno neanche potuto salutare, abbiamo impattato contro le lungaggini burocratiche degli ammortizzatori sociali, quando ci ha detto bene, perché in questa fetta consistente di società che era modesta, ma che è diventata sempre più povera, si riscontrano casi davvero eclatanti di miseria irreversibile, che diviene addirittura paradossale quando si pensa che neanche lavorare tutti i giorni rappresenta una soluzione.

A ricordare che esiste un'altra fetta di società sempre meno consistente ma sempre più ricca al cospetto di chi s'impoverisce, ci sono i social network, attraverso i quali come se non fosse successo niente di grave, durante l'estate si sono ostentati selfie accurati per sbattere in faccia al mondo, da una parte la propria vacanza, dall'altra immagini sacre, pubblicate a mo' di espiazione, lamentando una ripresa difficile, senza preoccuparsi di fare niente per porvi rimedio. Quasi a sublimare la mancanza di generosità, di riconoscenza per tutti quelli che attraverso il proprio lavoro, senza pause né vacanze, hanno continuato a scavare, per creare un sentiero di speranza, per se stessi e per tutti quelli che ne hanno beneficiato direttamente o indirettamente.

Il personale sanitario in primis, che ha proseguito silenziosamente la propria missione, nonostante sia passato, nel giro di qualche settimana dal limbo dell'eroismo all'oblio della scontatezza, facendo riesplodere negli ultimi giorni il grave disagio della mancanza di operatori. Siamo tutti più soli e deboli in tempo di pandemia e forse siamo più consapevoli solo del fatto che bisogna migliorare il presente perché del futuro non v'è certezza, soprattutto al di sotto di una certa soglia di reddito.

Purtroppo i buoni propositi hanno lasciato tempo e spazio a troppa gente che a causa di una informazione disfattista, negazionista, a tratti cinicamente fuori dalla realtà e foraggiata da una politica priva di contenuti e coscienza civica, ha prodotto una irresponsabile lasciva conduzione della vita quotidiana, mezzo rapido di dissoluzione di tutti i sacrifici sostenuti durante il primo sanguinoso fermoimmagine. Oggi ci ritroviamo non a caso, nella cosiddetta zona rossa, che solo apparentemente ed in maniera convenzionale, rende l'idea di una società ferita profondamente per sua stessa natura, prima ancora che dal fardello pandemico.

In questo tempo di assoluta incertezza l'unica soluzione rimane quella di valorizzare il proprio tempo, sola vera ricchezza di chi non può comprare quello degli altri. L'appello rivolto a tutti è quello di non eludere ancora una volta la possibilità di rallentare la conta dei morti e fermare per sempre la forza devastante del Covid, ma questo sarà possibile quando il semaforo tornerà ad essere verde, quando non sarà necessario alcun dpcm a limitare i danni, quando potremo dimostrare a noi stessi di non essere un gregge bisognoso di restrizioni per badare alla salute pubblica, quando potremo ragionare senza filtri sul futuro della classe politica, dare una dimensione ai nostri sogni ed un significato alle nostre aspirazioni.


Giovanni Limongelli

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