C'era una volta... (di Elisa Fiengo)

Regalate rose alle vostre bambine, alle vostre donne



Una sera ero seduta al tavolino di un bar a consumare un caffè. Ad un tratto attirò la mia attenzione una coppia con una bambina seduta anch’essa ad un altro tavolino. La bambina poteva avere sette od otto anni. Ben vestita. Elegante. Un cappellino alla Charlot come i giovani d’oggi. Il padre, un bell’uomo. Ad un tratto avvicinò un venditore di rose e il padre ne comprò una per la moglie e un’altra per la figlia. Da quel momento la bambina diventò un personaggio di Peynot, per intenderci quelli di Valentino e Valentina. Si guardava quella rosa con amore e orgoglio. L’annusava come un profumo prezioso e inebriante. Si accarezzava il viso con i petali. Guardava il padre e guardava la rosa. Girava quello stelo con superbia e voluttà. Era felice. Poche volte mi è stato dato cogliere la felicità negli altri. Ed ora era davanti a me nella sua pienezza. Che tenerezza. Avrei voluto scattare una foto e darla ai genitori ma forse sarei stata troppo invadente. Sicuramente la bambina nel corso della sua vita morderà altri attimi di felicità. Certamente incontrerà degli uomini che le regaleranno delle rose (o almeno me lo auguro per lei) ma la rosa del papà non sarebbe mai sfiorita perché profumava d’innocenza, di sogni, di sicurezza, di spensieratezza e di tutto ciò che è racchiuso nella fanciullezza.

“Godi fanciullo mio; stato soave, / stagion lieta è cotesta. /Altro dirti non vo’; ma la tua festa /c’anco tardi a venir non ti sia grave”.

E forse nemmeno il padre avrebbe avuto più l’occasione di dare gioia alla figlia come in quel momento. E qui la mia mente tornò indietro nel tempo. Rividi mio padre [nelle due foto con Elisa - nota del direttore] e mi persi nel passato. Mi ricordai di quando costruiva il pulcinella con la carta e lo faceva muovere con le sue mani o quando costruiva aeroplani e barchette sempre con la carta. Rividi quei cioccolatini che portava a noi figli quando tornava dal tribunale. Erano ciò che lui accettava al posto del caffè quando lo invitavano al bar. Pensava a noi non a lui. Sempre la famiglia. Si sarebbe fatto strappare il cuore per noi. La sera quando stavamo attorno alla stufa ci raccontava le novelle del Boccaccio: Bruno, Buffalmacco, Calandrino, Andreuccio. Ci faceva ascoltare le opere liriche e la musica classica. L’ultimo ricordo vivo è quello di un sabato Santo in cui uscimmo io e lui. Ad un certo punto mi disse: «Lo sai che mi sto preparando la valigia per il viaggio?». Stupidamente non lo feci continuare e cercai di distrarlo. A giugno morì. Il rimorso più grande è quello di non averlo lasciato parlare.

Cari padri che mi leggete, regalate delle rose alle vostre bambine. Uomini che mi leggete regalate delle rose alle vostre donne.

“Nelle sere tempestose portaci delle rose nuove cose e ti diremo ancora un altro sì”.

Aiutateci a sognare, a rimanere sempre come quella bambina col cappellino da Charlot e con la sua rosa rossa. In fondo lo siamo bambine. Vogliamo essere coccolate, amate rispettate, stimate. Tutto qui. ”Siamo così, dolcemente complicate, sempre più emozionate, delicate”
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Elisa Fiengo

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