Il commento del direttore

Quaresima è prepararsi alla Pasqua, non è bagordi

Il destino del Carnevale, ahinoi, ricalca oramai quello di San Valentino, della Giornata internazionale della donna e delle feste (papà, mamma, nonno) del consumo indotto. Una volta il Carnevale attraversava il calendario liturgico cristiano, col quale mal si armonizza, con notevole difficoltà anche dal punto di vista etimologico. Si è sostenuto che il nome derivi da carni levamen, “sollievo alla carne” e dunque “libertà temporanea concessa agli istinti elementari”; oppure da carnes levare, “togliere le carni”; o ancora da carni vale!, “carne addio”, in riferimento alle orge gastronomiche che esaurivano le ultime scorte di carni prima della primavera. Dunque, Carnevale sarebbe sinonimo di periodo orgiastico, di sregolatezza.

Anche uno studioso delle religioni come René Guénon accetta questa interpretazione attribuendo alla ricorrenza la funzione di valvola di sfogo. Sfogo dalle frustrazioni della vita quotidiana, canalizzate in modo da renderle inoffensive e per periodi brevissimi, assegnando a questa manifestazione stretti limiti che non le è permesso oltrepassare. Si tratta però di interpretazioni riduttive e fuorvianti: riduttiva quella che considera il Carnevale una valvola di sfogo degli istinti repressi e controllati per il resto dell’anno perché, come ha osservato Giuseppe Sanga, “i comportamenti carnevaleschi non sono liberi ma costretti: si deve ridere, si devono scatenare gli appetiti non solo e non tanto in forma rituale, quanto in forma eccessiva". Fuorviante è quella guénoniana perché sembra paradossalmente condizionata – lo scrittore francese non era cattolico – dalla diffidenza della Chiesa verso il Carnevale.

D’altronde, anche altre interpretazioni lo sono, a cominciare da quella di Paolo Toschi che, riduttivamente, vi vede un rito di propiziazione agricola. Né convince la tesi di Michail Bachtin secondo il quale il Carnevale sarebbe una valvola di sfogo politico e di controllo sociale. Così come giuntoci alle soglie del Novecento, il Carnevale è una contraffazione edulcorata di quello autentico. D’altronde, anche così degradato, è oggi moribondo nonostante gli sforzi di richiamarlo in vita artificialmente, come tutte le feste che sono diventate semplici occasioni di comportamenti “festosi” perdendo la loro peculiarità.

In latino il dies festus, il giorno di festa, era dedicato agli dei, alle cerimonie religiose e alle usanze più o meno gioiose che vi erano connesse. Testimoniava un ritorno del tempo mitico. Analogamente, di là dalle differenze religiose, la festa veniva vissuta nella cristianità, e ancora oggi è così intesa nelle comunità cristiane, diventate isole nella società secolarizzata dove i giorni scorrono disperatamente uguali nell’alternanza monotona di tempo lavorativo e di vacanze, intese come tempo libero da impegni. Nasce così la nevrosi collettiva del “festoso”, caricatura sinistra da cui ogni persona dabbene non può non ritirarsi inorridita cercando di vivere, per quanto possibile, in comunità che rispettino la sacralità delle feste.

E quanto verificatosi la II Domenica di Quaresima con la classica “mascherata” ci porta a chiederci se si sapesse che cosa sta a significare, che cosa sta a simboleggiare il Carnevale tradizionale. Proviamo a prenderne le mosse dall’antico passato, dai Saturnali che la Chiesa, per non turbare l’atmosfera natalizia, cercò di espellere dalla loro collocazione tradizionale. Non vi riuscì del tutto, perché le “libertà di dicembre” si annidarono a lungo nel Medioevo fra i giorni successivi al Natale con le usanze carnascialesche dei Santi Innocenti, che si svolgevano persino all’interno delle chiese con l’episcopello e le feste dell’asino. Fino alle soglie dell’età moderna in alcune regioni il Carnevale cominciava addirittura a Santo Stefano, come testimonia un proverbio bergamasco e bresciano: “Dopo Natale è subito Carnevale”. D’altronde, ancora oggi un frammento dei Saturnali sopravvive nella notte orgiastica di San Silvestro. In altre regioni lo si iniziava dopo l’Epifania, e in altre ancora dopo la Candelora del 2 febbraio. Ma la data che si è imposta a poco a poco quasi dappertutto è quella di Sant’Antonio, il 17 gennaio.

E veniamo al motivo di questo scritto. La conclusione del Carnevale è invece determinata dall’inizio della Quaresima la cui data varia secondo la Pasqua: per il calendario liturgico romano termina con il martedì grasso; mentre per l’ambrosiano, osservato dalle chiese dell’arcidiocesi di Milano e in alcune limitrofe, l’ultimo giorno di Carnevale è il sabato, ossia quattro giorni dopo rispetto al martedì dove si osserva il rito romano. Questo perché anticamente la Quaresima iniziava dappertutto di domenica, ma per portare a quaranta i giorni di digiuno effettivo furono introdotti i giorni dal mercoledì delle Ceneri alla domenica successiva.

Pertanto, anche se la “sfilata carnevalesca” avesse avuto luogo la I Domenica di Quaresima se non ci fosse stato il maltempo, lo stesso si sarebbe attuata una carnevalata in tempo di Quaresima.

Giancarlo Scaramuzzo

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