Editoriale

Parla e scrivi come mangi



Con l'approssimarsi dell'inizio del nuovo anno scolastico, una fiumana d'inchieste giornalistiche s'è riversata sui malcapitati giovani, colpevoli di non conoscere il significato delle parole base della lingua italiana e di ignorarne allegramente buona parte della grammatica. Questo potrebbe passare sotto silenzio, visto che ritorna ciclicamente, non costituendo neanche più una notizia, se non fosse per la chiamata di corresponsabilità, buttata là da alcuni docenti, rivolta agli organi d'informazione in genere e alla carta stampata in particolare.

Di che cosa, da soli o in condominio, saremmo responsabili? Leggendo i giornali italiani e ascoltando le televisioni chi non conosce la lingua inglese o francese non capisce una notevole parte di ciò che vi è scritto e detto. In pratica non vi sarebbe un articolo o una notizia che non contenga parole straniere, spesso presenti nei titoli.

Nel nostro accidentato campo dell'informazione proliferano i possessori di matite rossoblù, e non volendo aggiungerci a questa pletora, ci limitiamo ad alcune semplici constatazioni. Molti dei giovani lettori e spettatori non solo non conoscono neanche la lingua italiana, ma nemmeno i protagonisti della politica italiana: com'è stato ampiamente e impietosamente documentato dalle immagini televisive, pensano che il presidente del Consiglio dei ministri sia Mattarella e che la capitale dell'Inghilterra sia L'Ondra, con l'apostrofo. Molti tornano ai dialetti o li rimpiangono, i leghisti per dire, e alla fine non sono più padroni né dei dialetti né della lingua, riducendo il loro vocabolario, come comprovato dalle interviste ai campioni dello sport, specie calciatori e ciclisti, a una decina di frasi fatte e di pseudoconcetti ripetuti all'infinito, del tipo: "la forza del gruppo", "siamo concentrati", "dobbiamo lavorare".

Alcune parole straniere a forza di essere usate sono diventate comprensibili a tutti: alt, autostop, bar, biberon, boom, camion, film, hobby, jeep, menu, pullover, roulotte, yacht; altre sono invece inutili e spesso non aiutano a capire: devolution (federalismo), gentlemen's agreement (patto fra gentiluomini), countdown (conto alla rovescia), opinion maker (opinionista).

Se si decide di usare un termine straniero non ancora entrato nell'uso corrente, bisogna spiegarlo. L'accusa rivoltaci è quella di ricorrere negli articoli a parole straniere incomprensibili dalla maggioranza degli italiani e che, ahinoi, alla voglia di essere capiti anteporremmo quella di essere ammirati o invidiati, dimenticandoci della casalinga di Voghera. Portando come esempio: che senso ha negli annunci di svendite stagionali o di viaggi economici usare le parole low cost (quando non scritto addirittura, sbagliando, coast)?


Quando scriviamo in italiano, cerchiamo di usare parole italiane. Non per atteggiarsi a puristi, ben sapendo che le lingue sono per natura impure, e crescono grazie a continue mutazioni e trasfusioni, ma quello che è da bandire - e qui ci sentiamo di raccogliere le obiezioni mosseci - è quella sorta di pigrizia mentale che ci porta, per esempio, a usare news quando abbiamo ʻnotizieʼ e background quando abbiamo ʻretroterraʼ, fitness quando il greco ci ha dato ʻginnasticaʼ e il latino ʻesercizioʼ.

Se poi i politici, pensando di svecchiarsi, ricorrono al Family Day, al Tax Day, con un ministero chiamato Welfare, anche se il 95 per cento dei cittadini non aveva mai sentito parlare di Welfare State, e se in tv furoreggiano reality e talk-show, mentre allo scopo di istruire gli italiani si punta su Rai Educational, o per la diffusione dell'italianità ci si affida a Rai International (i francesi, più astuti, hanno scelto France 24, comprensibile a tutti, e il numero ognuno lo legga come vuole), ritenete ancora che ne siano responsabili i giornali?

Già trenta anni or sono, Roberto Vacca, con lo pseudonimo di Giacomo Elliot, scriveva un manualetto denunciando l'abuso della lingua inglese, Parliamo Itang'liano. Da allora non è cambiato niente. Scrive Richard Jenkyns, professore di Classical Tradition all'università di Oxford: «In materia linguistica, la regola è semplice: resistere finché si può, ma quando la battaglia è perduta, arrendersi». Mi sembra l'atteggiamento giusto, what else? Scusate, ʻche altroʼ?


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