Caritas diocesana di Benevento

Messaggio Quaresima di don Nicola De Blasio


Al Rev.mi Parroci, Sacerdoti, Religiosi/e
alle Comunità Parrocchiali,
ai Movimenti, Gruppi ed Associazioni
ARCIDIOCESI DI BENEVENTO



«LA PAROLA È UN DONO. L’ALTRO È UN DONO»
Quaresima di Carità - 2017



Carissimi,

«Vi Supplichiamo nel nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor. 5,20).

Le parole messe come incipit a queste brevi note, tratte dalla seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, le abbiamo ascoltate durante la Messa del giorno delle Ceneri, giorno che segna l'inizio della Quaresima. Con questa calda e appassionata esortazione di San Paolo ci siamo messi in cammino per fare insieme una santa Quaresima e giungere rinnovati nel cuore e nella mente a celebrare la nostra Pasqua in unione con quella di Cristo. A prima vista pare strano che l'Apostolo non dica: «Riconciliatevi...», come ci aspetteremmo, bensì: «Lasciatevi riconciliare». Strano perché noi siamo abituati a pensare alla Quaresima in termini piuttosto volontaristici: dobbiamo fare penitenza, dobbiamo convertirci dai nostri comportamenti e dalle nostre abitudini di vita che sono chiaramente antievangeliche, dobbiamo compiere più numerosi atti di carità. Ma questa parola di San Paolo ci ricorda che la conversione, la riconciliazione con Dio non sono qualcosa che ha inizio, come atto primo, in una nostra decisione o in un nostro atto di volontà. Essa ha origine nel cuore paterno e infinitamente misericordioso di Dio, Padre di Gesù Cristo e Padre nostro. È Lui che incessantemente viene verso di noi per incrociare il nostro sguardo di figli, è Lui che, mentre ci aspetta, mette dentro il nostro cuore una irrefrenabile nostalgia di Lui ed un intenso desiderio del Suo dolcissimo abbraccio paterno! Il nostro movimento è quello di una risposta ad un Suo originario ed instancabile venire verso di noi.
Nel Messaggio per la Quaresima 2017, il Santo Padre, scrive: «La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità». Dio è il nostro fondamento. «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12), «Io sono la porta» (Gv 10, 9), «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15,5). La vite è una pianta caratterizzata da una grande adattabilità anche a terreni aridi perché le sue radici possono estendersi anche a 20 metri di profondità per raggiungere l’acqua: l’immagine della vite è significativa e rappresenta il desiderio di vita da parte dell’uomo, un anelito che la Parola di Dio può colmare.
L’Occidente cristiano ha una lunga storia alle spalle, una storia di salvezza, ma anche di disastri, guerre ed ingiustizia per questo il nostro cammino non può dirsi mai concluso, come ci ricorda Paolo. Una parte del nostro Paese e dell’Europa intera non trova nella fede la propria guida, e la partecipazione alla vita della comunità cristiana è in calo. Le città sono prese in ostaggio dalla minaccia del terrorismo e la sicurezza che credevamo acquisita da decenni si è trasformata in paura, ma questo non significa che nella nostra società non esista il bene. Le scene di grande solidarietà agli eventi tragici a cui tutti abbiamo assistito, dall’alluvione che ha colpito il nostro Sannio nell’Ottobre 2015, al terremoto che ha sconvolto il Centro Italia, all’arrivo sulle nostre coste di tanti nostri fratelli “disperati” che provengono dal Sud del mondo in fuga da guerre e carestie, indicano che, tutto il mondo del volontariato sociale, i gesti di condivisione e accoglienza
ai nuovi arrivati, l’azione della Caritas, sono la Speranza, lasciando al giudizio della storia se l’Occidente sarà ritenuto all’altezza di superare la sfida di oggi.
Per questo è importante il «camminare insieme» (cfr. Mons. Accrocca) all’interno delle nostre comunità creando reti, relazioni, dialogo, che devono farsi, ogni giorno, più serrato: il germoglio dal tronco di Jesse è diventato un ceppo di vite che continuerà a dare frutti.
La lettera del Papa ci recapita un messaggio provocante: «l’altro è un dono». L’altro è il povero Lazzaro che sta alla porta di un ricco, un egoista tirchio e festaiolo. Il ricco epulone, in verità, non osteggia Dio e non schiaccia il povero, né lo snobba con arcigna schifiltosità: semplicemente non lo vede. Per lui Lazzaro proprio non esiste. Ma è precisamente questo il rischio ‘mortale’ che corriamo: il vivere da egoisti ci rende indaffarati con il nostro io e indifferenti al nostro prossimo. Per scorgere Dio e il povero, occorrono gli occhi di un cuore buono, che si lasci ferire dal bisogno altrui. La richiesta di attenzione ai poveri, anzi di una preferenza a loro favore, nella scelta della condivisione, suona impopolare, divide, disturba. Eppure i cristiani sanno che con questa scelta e non con un’altra ci giochiamo il nostro eterno destino. Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero disoccupato e mi avete aiutato, ero straniero e mi avete accolto.
Questo è il miracolo che siamo chiamati a fare, ed è un miracolo facile, perché è impossibile. Ma la fede rende possibile e facile anche l’impossibile! Sì, il primo miracolo è accorgersi che l’altro, il povero, esiste davvero. Papa Francesco martella duro: il povero “non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita”. Il povero non è una minaccia: è un grido di aiuto. Non è un impiccio: è uno stimolo. Non è un pericolo: è una possibilità di bene. È una spina, certo, ma anche una spinta a costruire insieme una città degna di essere definita umana. Ora tocca a noi assicurare una coerente, efficace ricaduta al messaggio quaresimale del Vescovo di Roma nella nostra comunità cristiana, nella nostra vita personale o familiare, nella società civile in cui viviamo e operiamo.
Come Caritas diocesana proponiamo alcuni verbi, quasi come compiti da “fare a casa” o come veri esercizi spirituali, da praticare durante la Quaresima.
1. Discernere. Guardare i poveri con gli occhi di Cristo fa la differenza. Ci domandiamo: è umano e cristiano un atteggiamento oggettivamente discriminatorio, basato su pregiudizi secolari, su paure paralizzanti, su sospetti e velenose diffidenze? Diciamo basta a muri, recinti e steccati. Sì a ponti, legami e a buone relazioni.
2. Condividere. Una piaga che affligge le nostre comunità è la disoccupazione giovanile e la perdita del lavoro. Un piccolo segno di umana vicinanza e di cristiana prossimità a queste sorelle e fratelli è rappresentato da gesti concreti di carità con una raccolta, al fine di creare un «Fondo di Fraternità». Per questo chiediamo di programmare, nel cammino quaresimale, un digiuno “SALTA-PIZZA” per contribuire ad una colletta a favore di tanti nostri fratelli e sorelle disoccupati.
3. Integrare. Non basta aiutare sia pur generosamente i poveri: occorre costruire relazioni nuove. Improntate a comprensione reciproca, a stima sincera, a decisa volontà di concreta collaborazione. No all’elemosina, sì alla condivisione! Allora chiediamoci: per i Migranti, come possiamo rispondere all’appello del Papa: “una famiglia per ogni parrocchia”?
Carissimi/e, in questi quaranta giorni, impegniamoci a coltivare un grande sogno, di riconciliazione e di fraterna e concreta prossimità. Con i poveri, con la famiglia, con i vicini, con i colleghi, con Dio nostro Padre e Maria nostra Madre, con la nostra personale umanità. Ma che sia una riconciliazione totale, integrale, gioiosa. Umanissima e dolcissima.
Sia questa la nostra Quaresima!

Don Nicola De Blasio
Vicario Episcopale per la Carità



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