L'angolo del libro

Marekiaro e il suo incontro con papa Francesco



"L'incontro in Vaticano con papa Francesco è stata una delle esperienze, fuori dal campo, più emozionanti vissute con il Napoli. [...] In Vaticano ci siamo andati prima della finale di Coppa Italia del 2014 contro la Fiorentina. Mi immaginavo una visita formale. Diciamo pure «costruita». Invece papa Francesco, persona simpaticissima oltre che dalla grande carica umana, ci ha fatti sentire bambini [...] Ho trovato una persona molto vicina alla gente. Ci stringeva la mano e non ha voluto che ci inginocchiassimo, io ero imbarazzato, e mi inchinai comunque. Potevamo essere calciatori o operai, ci avrebbe trattati alla stessa maniera. «In campo siete d'esempio per tutti quelli che vi guardano. Non sentitevi protagonisti solo per un gol o per una vittoria, sentitevi uomini con una missione da portare a termine con sportività e lealtà». Parlava in maniera semplice, con l'espressione e il tono di un padre che vuole il bene di tutti. [...] Papa Francesco regalò a tutti noi un rosario: lo conservo gelosamente, proprio come il tuffo al cuore che provai nel salutarlo. [...] Dopo che il papa ci incitò a giocare sapendo che noi calciatori rappresentiamo un esempio per chi ci guarda, ho fatto più attenzione alle degenerazioni che troppo spesso accompagnano il tifo negli stadi. Il tifo può essere, ed è quasi sempre, una delle cose più emozionanti e poetiche del mondo: basta mettere piede al San Paolo per rendersene conto. Ma a volte si trasforma in uno sfogo d'odio che davvero fatico ad accettare. Per esempio con i cori di discriminazione territoriale contro Napoli e i napoletani che tante volte mi è toccato sentire. [...] Sono fastidiosi e stupidi, quei cori. All'inizio non capivo bene, ma mi arrabbiavo molto. Poi ho compreso che molti tifosi, una minoranza per fortuna, hanno un solo modo per esprimere la loro frustrazione: offendere. E allora faccio in modo di non ascoltarli. È come se in campo avessi le cuffie. Ignorare quei cori è il massimo disprezzo: quando capiscono che non riescono a innervosirti poi smettono. Purtroppo in Italia non si è ancora riusciti ad applicare leggi certe contro il razzismo e l'unica possibilità che abbiamo noi che scendiamo in campo è l'indifferenza, non badarci. Non abbiamo scelta, non possiamo sostituirci alle istituzioni o alla scuola, ma c'è da prendere atto che su questo tema siamo terribilmente indietro. Certo, riesco a superare i cori sul Vesuvio e a volte ci rido anche. Ma gli ululati razzisti ai calciatori di colore proprio non li sopporto. Mi fanno schifo, che siano rivolti contro un mio compagno o contro un giocatore dell'altra squadra. Ma farsi prendere dalla rabbia è controproducente. Noi siamo pagati per giocare, per vincere, per dare il buon esempio comportandoci in maniera seria, ma purtroppo è inutile pensare di combattere in campo battaglie di ideali. Dare il massimo, lottare su ogni pallone, sacrificarsi per i compagni, rispettare gli avversari e così anche chi ci guarda: questo è ciò che possiamo fare noi calciatori, interpretando al meglio i valori dello sport".

Chi è Marekiaro, che dà il titolo all'autobiografia impreziosita da un testo introduttivo del popolare scrittore napoletano, autore dei Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni? Nelle parole di Aurelio De Laurentiis è certamente la bandiera del suo Napoli, non solo perché è con la squadra da quando è arrivata in serie A, ormai da ben oltre 11 anni, ma soprattutto "è la nostra bandiera per l'attaccamento che ha mostrato alla maglia, alla società, alla città di Napoli e a tutto il territorio campano, tant'è che vive, anche per la sua grande professionalità, vicino al centro sportivo di Castel Volturno".

Il suo nome è Marek Hamšík, e per il sindaco Luigi de Magistris "è un grande capitano, ma è soprattutto un uomo che ha saputo cogliere la bellezza di una città e di un popolo e l'ha fatta sua diventando un napoletano vero, sincero e Napoli l'ha ripagato con un amore profondo, con uno smisurato rispetto che nulla potrà scalfire perché Marek ha la maglia azzurra cucita sulla pelle e il calore della gente di Napoli nell'anima".

"Ho vissuto gli anni di Maradona - ha dichiarato l'attore Alessandro Siani -, lui palleggiava con qualcosa che io spremevo a colazione: le arance; vivo gli anni di Marek Hamšík e lui rafforza la mia idea che napoletano non è solo chi nasce a Napoli; paragono Marek a Renzo Arbore, uno che è nato a Foggia ma ha saputo capire e interpretare la città di Napoli e se scavassimo nel passato di Hamšík, ne sono convinto, troveremmo antenati napoletani".

"Marek Hamšík - ha chiosato a Sky Calcio Show il giornalista Paolo Condò - è la vera bandiera del Napoli: tante volte ci lamentiamo del fatto che non esistano più calciatori che legano la loro carriera a un club, e ne abbiamo un esempio lampante, sotto gli occhi di tutti; forse non lo sapete, ma è un calciatore che per restare in azzurro ha rifiutato il Milan e non solo: ha detto no persino al Chelsea".

«La mia casa è la Slovacchia, sì, ma l'Italia mi appartiene - continuiamo a leggere nell'autobiografia di Marek Hamšík -, ed è per questo che alla fine non la lascio mai. Napoli è per me la vera capitale dell'Italia e ogni volta che immagino di partire per un'altra esperienza mi prende subito la nostalgia. [...] Alla fine della stagione però ho meditato sull'opportunità di regalarmi qualcosa di diverso. Non ho mai considerato i soldi e le opportunità calcistiche che mi offrivano da altre parti, mi sarei sentito un traditore. Ma in Cina, un mondo estremamente affascinante, avrei potuto andarci senza tradire nessuno. Non avrei mancato di rispetto al mio Napoli. La società continuava a dirmi che dovevo sentirmi a casa, che Napoli restava casa mia, ma che la scelta toccava a me. Mi avevano detto le stesse parole altre volte, quando il Milan o la Juventus avevano bussato alla mia porta. Ma allora era stato semplice rispondere: no grazie, resto a Napoli. Non sono il capitano solo perché indosso la fascia in campo: mi sento realmente una bandiera di questa città, e non avrei mai potuto giocare con una maglia diversa in Italia. Ho sempre ammirato Francesco Totti, Javier Zanetti, Paolo Maldini, Alex Del Piero, Daniele De Rossi, Claudio Marchisio, non solo per quanto fossero bravi, ma per la scelta di vita di non cambiare maglia. Andando via avrei deluso prima di tutto me stesso, e poi i tifosi del Napoli. Anche stavolta ho ricevuto tantissimi messaggi in cui i tifosi mi chiedevano di non lasciare Napoli. [...] La mia carriera mi ha messo ancora una volta davanti a un bivio. Soldi o cuore: la scelta stavolta era chiara. Non voglio fare il moralista e sì, lo dico apertamente: il denaro che avrei guadagnato in Cina era davvero tanto, un'assicurazione sulla vita a molti zeri. [...] Un'esperienza che avrei fatto per due, al massimo tre anni per poi tornare a casa, nella mia terra. E che avrebbe garantito un futuro solido alla famiglia, ai miei genitori. [...] Noi calciatori siamo dei privilegiati. Uomini fortunati che non possono e non devono lamentarsi. Quando poi ho saputo che di offerte dalla Cina non ne erano arrivate, o che comunque non avevano soddisfatto le richieste del Napoli, è come se avessi avuto un'illuminazione. Anziché rammaricarmi, mi sono trovato a gioire. E negli occhi della mia famiglia leggevo la felicità. Avevo chiesto al destino di decidere per me, ma la reazione che ho avuto e l'emozione che ho provato mi dicevano ancora una volta che la vera scelta l'aveva fatta il mio cuore. Felice e pronto all'anno numero dodici. Sono tornato in Slovacchia nella mia nuova casa, e a mio padre Richard, che aveva un po' spinto per vedermi con la maglia di una squadra cinese, ho detto: «Napoli non mi vuole lasciare andar via. E io sono contento». I genitori hanno sempre uno sguardo un po' più lungo, e il nostro è un mestiere che ti fa guadagnare molti soldi, ma tutto si concentra in dieci, al massimo quindici anni. Papà ricorda bene i tempi in cui aveva fatto debiti per permettermi di giocare. È una dimensione in cui resti anche quando le difficoltà sono superate. Ma ormai, davanti a un altro bivio, è andata come doveva andare. Ho chiamato Ancelotti: «Mister, sono a tua disposizione».

Giancarlo Scaramuzzo



Marek Hamšík (Banská Bystrica, 27 luglio 1987) è un calciatore, centrocampista e capitano del Napoli e della nazionale slovacca. Detiene il record di gol segnati con la maglia del Napoli in tutte le competizioni. Il suo soprannome, "Marekiaro", richiama la località Marechiaro nel quartiere Posillipo. Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, ha parlato in questi termini di lui: «L'ho detto di persona a Hamšík: capitano, tu hai una doppia responsabilità. Sei un giocatore forte e sei pure capitano, ci devi aiutare a vincere. Hai quella cresta di capelli che già ti eleva rispetto agli altri, per un periodo te l'eri fatta bionda, non mi piaceva, nera è molto meglio. Caro Hamšík, la cresta sai cosa è? Sinonimo di vittoria!».

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