Editoriale

Linciaggio mediatico contro il card. Ravasi



Gli insulti via social ricevuti dal cardinale Gianfranco Ravasi fanno il paio, mutatis mutandis, con quelli contro il Capo dello Stato. Ancor prima che il nostro arcivescovo mons. Felice Accrocca intervenisse con la sua lettera alla Chiesa e alla società beneventana a favore dell'accoglienza dei migranti, il card. Ravasi postava un tweet dal seguente tenore: «Ero straniero e non mi avete accolto (Mt 25,43) #Aquarius». Intervenendo così nella vicenda della nave con a bordo 629 migranti alla quale è stato vietato, come è noto, l'attracco nei porti italiani per ordine del ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Molti hanno apprezzato il gesto dell'esponente cattolico, criticando l'operato di Salvini. Ma molti altri, tra questi anche appartenenti al popolo cattolico, hanno invece preso di mira la Santa Sede e chiesto polemicamente quanti migranti avesse accolto il Vaticano, e, ancora, ironizzando sul fatto che le parrocchie non hanno poi tanto dato corso all'appello che lanciò papa Francesco. A quel tempo, io stesso mi feci portavoce all'interno del Consiglio pastorale parrocchiale affinché si accogliesse l'invito che ci proveniva da Sua Santità. Purtroppo cadde il gelo nella sala e il silenzio fu rotto solo dalla voce del presidente dell'assemblea che ci disse di attendere le decisioni dell'allora arcivescovo Mugione (sic!). Non se ne fece mai più nulla.

Oggi ci si scopre razzisti ma non lo si vuole ammettere. Siccome le parole hanno un significato, ecco la definizione che ne dà il vocabolario Treccani: «Complesso di manifestazioni o atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizî sociali ed espressi attraverso forme di disprezzo, di emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, spesso ritenute inferiori: episodi di razzismo contro gli immigrati del Terzo Mondo. Di questo razzismo si troverebbero tracce eloquenti anche in Italia, secondo il più recente rapporto sui diritti umani confezionato da Amnesty International: il tema della sicurezza, proposto con forza come elemento discriminante nell’agenda politica italiana, avrebbe portato con sé un’amplificazione di singoli episodi di violenza, addotti dai media e dai politici come esempi di una pericolosità sociale insita nel fenomeno dell’immigrazione e nella presenza sul territorio di realtà come quella delle comunità rom, tanto da portare al tentativo di sanzionare penalmente un reato previsto all’uopo, quello di immigrazione clandestina. Va precisato che la cosiddetta "percezione" di uno stato di insicurezza e pericolo fisico è ben presente tra gli italiani, che peraltro, se intervistati sparsim dai media o sottoposti a indagini campionarie, nella stragrande maggioranza dei casi rifiutano tassativamente di considerarsi e di essere considerati razzisti».



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