Il commento del direttore

Lettera aperta al dirigente scolastico Eduardo Falbo

Caro Eduardo,

contravvengo a una regola aurea del giornalismo che non vuole si dia del tu da parte del giornalista al suo interlocutore, ma siamo troppo amici da una vita per indulgere in simili infingimenti anche se al cospetto del grosso pubblico. Questa mia "lettera aperta" ti era stata lungamente anticipata così come la proposta di offrirti di tenere una rubrica sulla scuola, decisione questa scaturita dalla riunione della nostra direzione dell'11 dicembre scorso.

La presente, in quanto a "lettera aperta" è piuttosto anomala, è piuttosto un dire a nuora perché suocera intenda, anche se l'analfabetismo di ritorno che ci colpisce non può non chiamare in causa la scuola italiana. Più che gettare croci addosso a qualcuno, il mio intento è di voler fare delle semplici considerazioni e constatazioni insieme a te.

Sono stato sempre affascinato dall'idea che le parole - pregne di significato e dunque di forza - nascondano in sé un potere diverso e superiore rispetto a quello di comunicare, trasmettere messaggi, raccontare storie. L'idea, cioè, che abbiano il potere di produrre trasformazioni, che possano essere, letteralmente, lo strumento per cambiare il mondo.

Spesso, tuttavia, le nostre parole hanno perso significato perché le abbiamo consumate con usi impropri, eccessivi o anche solo inconsapevoli. Il poeta greco Ghiannis Ritsos ha scritto che le parole sono come "vecchie prostitute che tutti usano, spesso male" e agli scrittori e ai poeti tocca restituire loro la verginità.

A Paduli già da molto tempo, solo per fare due esempi, si è perduto il significato, travisandolo, di "conferenza stampa" e di "lettera aperta". Ho visto manifesti reclamizzare conferenze stampa che poi si risolvevano in semplici comizi ai cittadini o volantini distribuiti per strada con su scritto "lettera aperta", quando la prima è solo un'intervista concessa a un gruppo di giornalisti da persone molto note, specialmente del mondo politico, dello spettacolo e dello sport, e la seconda è un articolo polemico di giornale, in forma di lettera alla persona che si vuol chiamare in causa.

Potrebbero apparire discorsi del tutto accademici tra iniziati se non fosse che tutto ciò ha ripercussioni sulla vita di ogni cittadino tutti i giorni. Gustavo Zagrebelsky ha detto che il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell'uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica.

Nel suo ideale decalogo dell'etica democratica egli ha incluso la fede in qualcosa, la cura delle personalità individuali, lo spirito del dialogo, il senso dell'uguaglianza, l'apertura verso la diversità, la diffidenza verso le decisioni irrevocabili, l'atteggiamento sperimentale, la responsabilità dell'essere maggioranza e minoranza, l'atteggiamento altruistico e, a concludere, la cura delle parole.

In nessun altro sistema di governo le parole sono importanti come in democrazia: la democrazia è discussione, è ragionamento comune, si fonda sulla circolazione delle opinioni e delle convinzioni. E lo strumento privilegiato di questa circolazione sono le parole.

Ho tenuto questa nuova rubrica sulla nostra home page vuota per settimane, nella vana speranza che qualcuno volesse cimentarsi e mettere opinioni a confronto, chiamata da me non a caso "Sassi in piccionaia", e così come quando un sasso viene lanciato in piccionaia e i piccioni volano via, ho sperato potessero suscitare discussioni intorno a un qualsivoglia argomento. Invece, niente.

Mi appresto alla conclusione facendo una semplice constatazione. Negli anni Settanta a Paduli demmo vita con te a "Paese Nuovo" prima e a "New Reportage" poi, partecipava tutta Paduli, universitari - pochissimi in verità in confronto a oggi - ma non solo, uomini, donne, ragazzi, adulti e così via. Fu un bel momento. Oggi, a distanza di trentacinque, quarant'anni, è il deserto assoluto e per la nostra testata on line facciamo fatica a coinvolgere qualcuno a buttare giù anche solo poche righe.

Strano, molto strano, poiché Paduli ha vinto un premio nel concorso nazionale dell'Ordine dei giornalisti "Fare il giornale nelle scuole" e poi, non più tardi del 2011, la scuola da te diretta indisse un concorso regionale per giornali scolastici e io fui chiamato a far parte della giuria selezionatrice insieme ad altri due colleghi in giornalismo.

Tu dirigente scolastico accorto ed avveduto capisti più di altri che il rapporto fra ricchezza delle parole e ricchezza delle possibilità - e dunque di democrazia - è dimostrato anche dalla ricerca scientifica, medica e criminologica: i ragazzi più violenti possiedono strumenti linguistici scarsi e inefficaci, sul piano del lessico, della grammatica e della sintassi. Non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione - il tono, il lessico, l'andamento - in base agli interlocutori e al contesto, non fanno uso dell'ironia e della metafora. Non sanno sentire, non sanno nominare le proprie emozioni. Spesso, non sanno raccontare storie. Mancano della necessaria coerenza logica, non hanno abilità narrativa: una carenza che può produrre conseguenze tragiche nel rapporto con l'autorità, quando è indispensabile "raccontare", descrivere, dare conto delle ragioni, della successione, della dinamica di un evento.

La povertà della comunicazione, insomma, si traduce in povertà dell'intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni. Questo vale a tutti i livelli della gerarchia sociale, ma soprattutto ai gradi più bassi. Quando per ragioni sociali, economiche, familiari, non si dispone di adeguati strumenti linguistici; quando le parole fanno paura, quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi.

Con affetto e amicizia imperituri,

Giancarlo Scaramuzzo

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