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Lettera a una professoressa



“Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato tanto a lei, ai suoi colleghi, a quell'istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che "respingete". Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate”.
“La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”.
“Lettera a una professoressa”.

Era il lontano 1969 ed io giovane studentessa mi accingevo ad entrare tramite concorso nel mondo della scuola come insegnante. E fu allora che ebbi tra le mani Lettera a una professoressa scritto da don Milani e pubblicato nel 1967. Era stato composto dai ragazzi della scuola di Barbiana. Fui subito impressionata da quel ”cara signora” e giurai a me stessa di non diventare mai come lei e credo di aver tenuto fede al giuramento.
La scuola di Barbiana, fondata da don Milani nel 1954, era una scuola popolare e La Lettera era ed è un’accusa contro la scuola selettiva che anche se una scuola dell’obbligo, costituisce una grande ingiustizia sociale. E la “cara signora” era un’insegnante che aveva bocciato alcuni ragazzi di Barbiana. Questo perché la scuola era ”tagliata su misura dei ricchi”. Invece i figli degli operai e dei contadini erano bocciati. Erano ragazzi diversi.

A Barbiana lo studio si svolgeva in modo collettivo e tutti gli allievi venivano responsabilizzati, mentre l’insegnante diventava la guida di un più efficace lavoro. La lettera mette in evidenza le carenze più comuni della scuola italiana e i rimedi da attuare come la mancanza di volontà politica per realizzare le riforme.
Oggi è ancora attuale Lettera a una professoressa? Credo che da un punto di vista sociale purtroppo lo è. Forse i diversi non si trovano più nei campi ma nelle periferie urbane tra le famiglie disoccupate e immigrate.
Finché la scuola non abbandonerà l’atteggiamento del tribunale che giudica e non entrerà invece in quello del medico che si prende cura delle creature più fragili, Lettera a una professoressa conserva tutta la propria ragion d’essere.
Da Barbiana, dove si è recato papa Francesco in occasione dei cinquant’anni dalla morte di don Milani, ha ringraziato anche tutti gli educatori che crescono le nuove generazioni: è una missione difficile ma piena di amore perché non si può insegnare senza amare. E certamente ritengo che l’amore preceda qualsiasi didattica e metodologia.

“Cara signora, - aggiungo io - i ragazzi non sono un numero. Sono anime con i loro problemi, le loro angosce, i loro drammi e conflitti interiori, oggi più di ieri.
Guardate negli occhi i “vostri” alunni. Vostri, sì, perché dal momento in cui sono affidati a voi, cara signora, sono vostri, dipendono da voi. Voi potreste fare più danni di una bomba atomica. Siete artefice e complice della loro crescita spirituale e culturale. Amateli come figli, stimateli e rispettateli e fate in modo che anch’essi vi stimino e vi rispettino. Altrimenti, cara signora, la vostra missione d’insegnante ed educatrice sarà solo un fallimento. E questo non ve lo perdonerà nessuno perché avrete commesso il più mostruoso dei mali”.


Elisa Fiengo



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