Editoriale

La scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani



Stiamo da giorni ricordando don Lorenzo Milani e continueremo a farlo. Ora più che mai. Nell'anno in cui cade il cinquantenario della sua morte, da più parti si alzano tonnellate di fango per sporcarne l'immagine. E non ci riferiamo solo a un articolo apparso tempo addietro sul Sole 24 ore, ammiccando a quella celebre Lettera a una professoressa, dal titolo Sto con la professoressa che è tutto un programma. Né al parto di pura fantasia dello scrittore Walter Siti nel suo ultimo romanzo di additarlo quale pedofilo. Facile equivoco in cui possono cadere solo gli sprovveduti che nulla sanno della vita del priore di Barbiana e di quelli ancor più all'oscuro degli scritti provocatori e per nulla mansueti di questa figura dall'abito talare divenuta - per me e altri della mia generazione, a poco meno di dieci anni dalla morte, molto prima dunque che giungesse papa Francesco a riabilitarlo - l'autentico punto di riferimento proprio per avere lottato tutta una vita contro gli opportunismi di chi cerca la facile scorciatoia della protezione dei partiti, delle sette e delle chiese.
Lo stesso Siti, da cui ha avuto di nuovo origine il sospetto di pedofilia di don Milani, ha infine cercato di riabilitarsi, ma in modo goffo e alquanto contraddittorio:
« Non sono uno studioso ma conosco la sua opera. Anche se la mia interpretazione fosse sbagliata, anche se non ci fosse per niente in lui quell’attrazione verso i ragazzi che mi sembra di aver intravisto nelle lettere, in certe risonanze linguistiche, e do per scontato che non abbia mai messo in pratica nulla, credo che questo non screditi affatto la figura di don Milani, anzi ai miei occhi la eleva. Un uomo capace di trasformare qualunque pensiero di tipo fisico in questo importante impulso pedagogico ne fa, secondo me, una figura ancora più grande».
Della missione sacerdotale di don Milani papa Francesco ha così delineato l'impegno educativo:
« La sua inquietudine, però, non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata. La sua era un'inquietudine spirituale alimentata dall'amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come un "ospedale da campo" per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati».


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