L'angolo del libro

La paranza dei bambini di Roberto Saviano



Anche il racconto di un romanzo come quello de La paranza dei bambini di Roberto Saviano può congiungere lettura e interpretazioni di dinamiche veritiere attraverso il teatro. Infatti, proprio durante il sessantesimo festival del teatro di Spoleto debutterà la versione teatrale di questo romanzo, messo in scena con l'impegno di tanti ragazzi dilettanti, diretti da Mario Gelardi, regista e direttore artistico del nuovo teatro Sanità di Napoli.

Roberto Saviano (foto), colui che trasforma la cronaca in letteratura, racconta le realtà su cui ha sempre indagato, attraverso personaggi e fatti immaginari. Il nome paranza viene dal mare, è quello di barche che vanno a caccia di pesci, ingannandoli con piccole luci, così i protagonisti del romanzo, adolescenti, vispi come pesci, si lasciano ingannare a vivere una vita così estrema e orrenda. Ragazzi rapiti dalla sete di comandare, dall'essere padroni su tutto e su tutti, accecati dal denaro, il loro unico interesse è sopraffazione e delinquenza. In sella a scooter che sfrecciano contromano per le vie di Napoli, quartiere Forcella, con un linguaggio altrettanto violento: "Io per diventare bambino c'ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo". Hanno scarso interesse per la scuola, quelle poche volte che ci vanno, con un’eccezione, la parentesi di Nicolas (Marajà) su Macchiavelli dal quale è attratto. Sono figli di famiglie normali, dai soprannomi infantili, ognuno con un loro significato: Marajà, Briatò, Tucano, Dentino, Drago, Lollipop, Stavodicendo, Drone, Biscottino, Pesce moscio, Cerino. Si organizzano le giornate attraverso le chat, uccidono, rubano, gestiscono il pizzo, investono passeggini e terrorizzano mamme per strada: "Il passeggino iniziò a muoversi veloce finché non si staccò, cadde di lato, sembrava planare sul ghiaccio. Si fermò solo quando arrivò al muro: l'impatto fece un rumore sordo. Un rumore di ninne nanne e notti insonni. Dopo un attimo si senti il bambino piangere e la madre urlare". Frequentano locali di lusso, s'incontrano nel loro covo. La sera tornano a casa, si mettono a dormire nei loro letti, nella stanza accanto a quella dei loro genitori, come se nulla fosse. Possessori di armi e gestori di uno squallido giro di droghe, un accenno a salvaguardare l'onore di una sorella, messa in mezzo ai loro ricatti. Emerge da tutto questo la totale assenza del ruolo genitoriale e quello delle istituzioni. Infatti Saviano tratteggia con pochi riferimenti le figure di un padre, tra l'altro insegnante, totalmente impotente nei confronti del figlio sfacciato, padrone anche in famiglia e di una madre forse all'apparenza un po’ più autorevole nei confronti del figlio ma che comunque non serve a strapparlo da quella vita, anzi cade lei stessa vittima del sistema.

Il linguaggio usato da Saviano è ricercato, scorrevole, studiato, il dialetto curato con la collaborazione di un professore universitario come Nicola De Blasi, e a volte poetico nel descrivere le immagini della città: "Dentro l'alba giallognola, per le vie semideserte, sotto finestre addormentate e panni lasciati all'aria della notte, gli scooter, uno dietro l'altro gracchiavano in falsetto come fossero chierichetti in fila per la messa", così Saviano descrive l'annuncio del primo colpo messo a segno dalla paranza. Sacro e profano si uniscono con l'entrata in chiesa della baby gang, per offrire alla Madonna un cero proprio con su scritto "la paranza". Le prime due righe all'apertura del romanzo dicono: "Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza". Sono parole che portano i lettori, a compimento della lettura, a capire che nessuna persona uccisa è del tutto innocente se sa e tace. Uno dei motivi per leggere questo romanzo è proprio quello di non girarsi dall'altra parte, di non abbassare lo sguardo e far finta di niente davanti alla realtà. È vero, è un racconto brusco e violento, e sin dalle prime pagine io stessa avrei voluto abbandonare ma poi ho cambiato idea, chi ama leggere si confronta con il bello e il brutto. Una lettura attenta e ritornare su alcuni pensieri aiuta a capire l'intensità del romanzo, capitolo dopo capitolo, lascia il fiato sospeso. Saviano ha ragione quando dice in un'intervista: "Vorrei fosse letto dalle madri", sì perché sono le prime a percepire i cambiamenti dei figli, quei figli che sanno diventare perfetti estranei. Non a caso sceglie come copertina del romanzo l'immagine di una Madonna sofferente tatuata sulla schiena, come è solito nell'ambiente da lui descritto. Riemerge più volte quel volere sfrenato dei giovani d'oggi, tutto e subito, abolire ogni ostacolo pur di raggiungere uno scopo, non amano il sacrificio, il guadagnarsi le cose, la parola "voglio" è l'unica che conoscano. Il racconto dei cosiddetti paranzini non è immaginario, è molto veritiero sotto diversi aspetti, è il riferimento a famiglie piccolo borghesi, che potrebbero essere chiunque. Il finale del romanzo volge sulle parole: "La morte e l'acqua sono sempre una promessa. E loro erano pronti a passare il mar Rosso." È proprio questo la sfrontatezza e la convinzione che le regole e il buon vivere sono carta straccia per questa gioventù bruciata.

Molti sono prevenuti nei confronti di Saviano, appena lo si sente nominare, parte il commento: "Quanto è pesante!", ma non è così, i suoi discorsi sono diretti e i suoi romanzi rappresentano la letteratura moderna. Le sue parole scandalizzano e influenzano l'opinione di chiunque, questo è il suo modo di far conoscere ciò che lui stesso ha vissuto in prima persona. Lui ha fiducia nel valore morale e civile, per questo prende posizione contro l'illegalità che inonda il nostro paese. Al di là del racconto di camorra, si percepisce la voglia da parte di Saviano di rincorrere sempre un riscatto per la sua città, perché Napoli non è solo questo ma tanto altro: cultura, arte, bellezza appagante di paesaggi da quadro.


Sabina Limongelli

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