Gli speciali di Voce Amica

L'ultima testimonianza pubblica di Liliana Segre




Una mattinata bella, commovente e triste quella che ha visto la senatrice Liliana Segre accomiatarsi dai giovani, dopo lunghi anni passati a rivivere in pubblico le sue passate sofferenze. Bella perché in tanti sono stati i ragazzi che hanno seguito in diretta l'evento da tutt'Italia, riempiendoci il cuore di speranza per il futuro; commovente per la straziante, ancora una volta, testimonianza; triste perché oggi, a 90 anni compiuti lo scorso 10 settembre, è arrivato il momento del passaggio del testimone alle nuove generazioni. È questione di pochi anni, e poi non ci saranno più testimoni in vita della Shoah.

Da Rondine, Cittadella della Pace, poco distante da Arezzo, la senatrice a vita ha raccontato per l'ultima volta in pubblico, e alla presenza delle massime autorità dello Stato e del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, l'esperienza della deportazione nei campi di concentramento. E lo ha fatto al suo solito modo, con una sofferenza d'animo profonda, lacerante, ma con l'ardente desiderio di darne testimonianza a chi, giovane d'oggi, non riuscirebbe neanche a immaginare dove possa spingersi l'efferatezza umana.

Anche un navigato moderatore di dibattiti pubblici, da bravo giornalista qual è Ferruccio de Bortoli, non ha potuto fare a meno, nel cedere la parola a Liliana Segre, di dire: «È l'ultima volta e sono emozionato anche io».

«Può sembrare strano ai giovani - ha esordito la senatrice, abbozzando un sorriso - ma anche io sono stata giovane. Un giorno nella mia vita di bambina e poi di ragazza scoprii all'improvviso di essere diventata l'altra. Ricordo bene il giorno in cui cambiò tutto: quando i miei genitori mi dissero che non potevo andare più a scuola. Perché?, chiesi. E mi dissero che gli ebrei non erano più ammessi. Era la legge. Iniziò un'escalation di paura. C'era la guerra, lasciai la casa. C'erano le bombe, i razionamenti. Ma era un destino comune a tutti gli italiani. Come ebrei eravamo tranquilli in Italia, nonostante le leggi severe e umilianti fasciste. Ma dopo l'8 settembre si iniziò a parlare di deportazione. So cosa significa essere richiedente asilo ed essere respinta per aver trovato un uomo che obbediva agli ordini. Successe in Svizzera, cercavamo di sottrarci alla deportazione: quest'uomo non credette alla nostra storia e alla nostra disperazione. Ci riportò indietro in Italia. Fummo arrestati dai finanzieri italiani in camicia nera. Camminammo da prigionieri in quella montagna su cui eravamo saliti pieni di speranza. Entrai da sola nel carcere di Varese a 13 anni. Con un grande perché senza risposta. Poi entrai nel carcere di Como e in quello di San Vittore. Un giorno in carcere un ufficiale tedesco entrò con un elenco di 600 persone, tra cui io: dovevamo partire per "ignota destinazione". In carcere lasciai uomini che ci dicevano: "Non avete fatto niente". Poi incontrai per due anni solo mostri. Fummo caricati con violenza sui vagoni nel famigerato Binario 21, dai nazisti ma soprattutto da zelanti fascisti che collaboravano. Il vagone era terribile, senza luce, senza acqua. C'era un secchio e c'era la paglia. Il viaggio durava una settimana. C'erano dei pianti continui. Poi ci fu il silenzio. Un silenzio solenne, la presa di coscienza di quello che ci stava per succedere. Arrivai ad Auschwitz il 6 febbraio '44, obbligata a scendere a bastonate. Nessuno poteva credere che era "quel" momento: un tribunale con un credo di odio decideva chi scegliere. Tu sì, tu no. Attraversai il famoso cancello. Cos'è questo posto? Tutte queste donne rasate? Non avevo ancora letto Dante, perché facevo la seconda media. Ma eravamo delle dannate. D'ora in poi voi sarete un numero. Ero 75190, lo dovevo imparare a memoria in tedesco, subito. Era questione di vita o di morte, se non si rispondeva al richiamo del proprio numero in tedesco. Dovetti dire addio al mio nome. Ci spogliarono, tra le risatine dei soldati. Conobbi le altre, di Genova, di Milano. Eravamo italiane, ma cosa ci facevamo là? Per una mente normale non era concepibile un posto così. Iniziò la schiavitù. Non ho mai raccontato tutti i dettagli dei campi della morte. Però alcune cose vanno dette. Eravamo sole, non eravamo più persone, eravamo disumane: eravamo quello che i nostri aguzzini volevano. Avevamo solo il nostro corpo, che dimagriva sempre di più. Non avevo amici, sceglievo la solitudine. Non era il mio carattere: ma dopo aver perso mio padre, avevo paura di perdere un'amica. Ma con il passare del tempo si sviluppò una "vicinanza" con le altre persone, che vedevi condividere la tua vita, la tua stessa coperta, che dimagrivano insieme a te. Mi ricordo il primo giorno di lavoro da operaia-schiava. C'erano uomini che facevano lavori molto più duri di noi donne. Iniziai a chiedere che fine aveva fatto mio padre. Poi smisi, avevo capito che non l'avrei mai più visto. La notte? Dormivamo. Per la stanchezza e per non sentire i lamenti di quelli che venivano mandati al gas. Non volevo vedere, non volevo sapere, chi andava al forno crematorio. Ero diventata egoista. Senza emozioni, senza più seno, senza mestruazioni, spesso senza mutande. Quando si toglie l'umanità dalle persone, bisogna estraniarsi per sopravvivere. Nessuno si suicidava, tutti sceglievamo la vita in quel luogo di morte. Ci portavano nelle docce, ci denudavano e ci osservavano le Kapò. Un giudice stabiliva con un gesto se potevamo essere adatte ancora al lavoro oppure no. Conobbi Janine, una ragazza francese, con cui condividevo il lavoro. In un macchinario si tranciò due falangi della mano, che riuscì a suturare in qualche modo. Ma la menomazione le costò la vita, fu mandata al gas perché inabile al lavoro. Fui orribile nei suoi confronti, non feci nulla, estraniata. In quel momento ero solo una prigioniera che si era salvata. Ho convissuto con carcerieri che si credevano superiori, che pensavano di appartenere a una razza migliore. Non ho perdonato, non ho dimenticato. Non sono riuscita a farlo. I russi si stavano avvicinando, era il gennaio del '45. E iniziò la "marcia della morte". Dovevamo camminare, una gamba davanti all'altra, con i piedi piagati. Chi si accasciava veniva finito con un colpo in testa. Chi è disperato fa di tutto per salvarsi. Chi ha fame pensa solo a quello. Noi eravamo come bestie quando mangiavamo. Amavo molto i cavalli, ma trovammo un cavallo morto e ci attaccammo alla carne dell'animale con le unghie e con i denti. Eravamo orribili, ma volevamo vivere. Durante questa marcia incontrammo solo letamai e cavalli morti. Dov'erano gli uomini? Non li incontrammo. Le prime persone che incontrammo erano dei ragazzi francesi, che erano stati prigionieri di guerra. Ci dissero: chi siete? E noi: ragazze ebree. Non ci credevano, perché eravamo irriconoscibili. Ebbero pietà di noi. Ci dissero: resistete, i nazisti stanno perdendo la guerra. Una notizia da perdere la testa. Era primavera, c'era l'erba nei prati. Succhiai la clorofilla. Ero senza energia. Uno dei carcerieri lasciò la pistola, la divisa. Eravamo alla fine. Pensai di prendergli quella pistola e sparargli, perché ero carica di odio e rancore. Ma non lo feci, capii che non potevo uccidere una persona. Ero diversa da loro».

E a questo punto tutta la sala è scattata in piedi, per un comune sentire dell'animo, tributando a Liliana Segre il più fragoroso e prolungato degli applausi. Narra Enrico Mentana che l'ultima volta che partì per andare da lei, per ascoltarla, per stare insieme, la figlia maggiore lo canzonò: «Potrebbe essere tua madre!». Appunto - prendendo a prestito le parole di Mentana -, vorrei che tutti voi, leggendo il suo racconto, lo pensaste.


Giancarlo Scaramuzzo

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