Editoriale

L'odio e l'indifferenza



Il 7 gennaio di quest'anno due colleghi dell'Espresso, Federico Marconi e il fotoreporter Paolo Marchetti, vengono aggrediti al cimitero del Verano a Roma da un gruppo di neofascisti solo perché rei di cercare di compiere il loro lavoro, quello di documentare, raccontare, informare. Sono costretti a consegnare i documenti di identità, mentre vengono percossi. L'accaduto è esecrabile. C'è chi nell'Italia repubblicana e democratica ha il compito di vigilare sull'ordine e sulla legalità, ma il ministro dell'interno ha derubricato la violenza a rissa tra gente "che mena le mani" e che per questo motivo dovrebbe stare in galera. Non ha spiegato però perché il sorvegliato speciale che ha alzato le mani era lì dove non avrebbe dovuto essere, partecipando a una manifestazione politica di fascisti camuffata da rito di celebrazione.

Il direttore della Caritas diocesana di Benevento, don Nicola De Blasio, fa le sue osservazioni riguardo al decreto Salvini e subito sui social network si scatena una invereconda campagna d'odio nei suoi confronti. Nessuna argomentazione nel merito, soltanto insulti infamanti conditi da una sequela di errori grammaticali e idiozie di ogni sorta che vanno a qualificare da soli la variegata fauna che pullula nel mondo della Rete.

L'anno giudiziario apertosi a Napoli e Salerno ha lanciato l'allarme sul preoccupante odio razziale. Perché viviamo in un clima di perenne odio, alimentato dall'insana spinta a insultare chiunque non la pensi come noi. C'è da chiedersi quali macigni abbia sul cuore quel vicesindaco che ha buttato nel cassonetto le coperte di un senzatetto, quell'assessore che si è fatto beffe con una filastrocca feroce di 49 poveri cristi che vagavano nel Mediterraneo dopo aver attraversato il deserto, quel sindaco che ha fatto rimuovere le panchine perché non ci potessero dormire i barboni, quel burocrate in divisa che ha proibito di distribuire latte caldo ai migranti dopo una notte trascorsa sotto le stelle al freddo.

Non è un caso se il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ritenuto opportuno richiamare l'attenzione sull'improrogabile necessità di combattere l'odio, l'antisemitismo, il razzismo e di rifiutare l'indifferenza. «Noi italiani, che abbiamo vissuto l'onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e la conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Il dovere di ricordare innanzitutto, ma soprattutto di combattere senza opportunismi i focolai di odio, di antisemitismo, di razzismo, di negazionismo». Già, il negazionismo, come quello del vescovo Richard Williamson che ha negato vergognosamente l'Olocausto, mentre tutti noi ci comportavamo, parafrasando il titolo di uno dei romanzi di Cronin, come le stelle che stanno a guardare. «Abbiamo il dovere - ha concluso il Capo dello Stato - di rifiutare l'indifferenza: un male tra i peggiori».

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