Editoriale

L'arte della toppa



di Antonia Storace

Esiste una politica ideale che è prevenzione, costruzione e lungimiranza. Accanto a questa, esiste una politica fattuale, pressappochista, che è una costante corsa ai ripari.

A marzo, il governo nazionale e le direzioni regionali sono state tragicamente sorprese da una situazione fuori dal comune e dal controllo, che ha richiesto un lavoro continuo, e per nulla facile, di aggiustamento della mira. Poi l'ondata virulenta è calata, lasciandoci vigili ma relativamente più sereni.

Governo nazionale e direzioni regionali hanno annunciato e disposto la totale riapertura, sia pure con le dovute precauzioni, di tutte le attività lavorative, ludiche e sociali. Fatta eccezione per cinema e teatri - posti statici, in cui il distanziamento fisico sarebbe stato certamente più agevole se paragonato all'anguillosa viabilità delle piazze e dei rioni - che non sono mai ripartiti sul serio, slabbrando i margini di una ferita dolorosa cui bisognerà dedicare una disamina specifica e accorata, giacché l'arte, in Italia, è sottostimata e privata della dignità di mestiere da sempre, da molto prima del Covid. Di concerto, è stata teoricamente assicurata una vigilanza sui protocolli di sicurezza che, alla verifica delle prove concrete, non ha mai avuto luogo, se non a singhiozzi, a macchia di leopardo. D'altronde dubito che si potesse davvero controllare a tappeto ogni singolo anfratto della Nazione.

Nei mesi estivi, coadiuvati da studi medici e scientifici, il governo nazionale e le declinazioni regionali hanno vaticinato una recrudescenza del virus che, in seconda ondata, avrebbe dovuto inverarsi a ridosso dei mesi autunnali. Come pare stia accadendo. Dunque i vertici dirigenziali, di ogni ordine e grado, hanno avuto la possibilità materiale di approntare, con notevole anticipo, misure adeguate e coerenti, interventi strutturali che potessero scongiurare il rischio di un secondo lockdown, a seguito del quale il Paese - e per Paese intendo il popolo, i lavoratori, gli studenti, gli anziani - collasserebbe. Ma eravamo in piena campagna elettorale - specie in alcune regioni, come la mia, la Campania - e una maggiore mollezza, una maggiore flessibilità, rispetto al fuoco dei lanciafiamme del periodo precedente, era da considerarsi strategicamente preferibile ai fini della vittoria. All'indomani del prevedibile risultato elettorale, il virus, con il colpo di coda di un ungaro spinato, ha ricordato a tutti la sua presenza e la responsabilità del peggioramento pandemico è stata fatta ricadere sui cittadini, accusati di essere indiscriminatamente lascivi (alcuni forse, non di certo la maggioranza!).

Sicché, nel Paese della toppa a colori, piuttosto che potenziare - quando si poteva, quando c'erano margini temporali effettivi per agire - le linee di trasporto (vero ricettacolo e lazzaretto di contagio), per dirne una, taluni chiudono le scuole (seguiti a ruota da talaltri, forse) e io mi domando se abbiano compreso tutti che le ragioni di questa chiusura siano da rintracciarsi nell'incapacità di gestire l'emergenza fuori le mura scolastiche, non dentro. Un simile passaggio è sottile, ma importantissimo. Perché è qui, lungo il valico di questa linea d'ombra, che si tirano pallonate all'unico vero luogo di costruzione del futuro.

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