Cinema e televisione

Joaquin Phoenix e il suo Joker



Le costole esposte, numerabili. Le scapole aguzze, sporgenti come giunture d’ala metallica. La gioia cialtrona del viso dipinto. Il passo liquido, a tratti femmineo, danzato. La risata scoscesa, febbrile, vanamente rispedita in gola, quasi fosse un rigurgito, uno sputo che si carica a molla prima di esplodere. Una scala che diventa teatro, monocolo, lente di ingrandimento sotto la quale il personaggio si evolve: dapprima, vittima a capo chino di un sistema emarginante e corrotto, che irride la diversità, corrispondendole indifferenza e dileggio; poi, vessillo e gonfalone di una tragica sommossa che monta fino a farsi mandria, armento. Tre nomi per tre identità, l’ultima delle quali fagocita le prime due coi suoi artigli di carne: Arthur, Happy, Joker.

Nell’interpretazione magistrale di Joaquin Phoenix, si coglie la denuncia della felicità ad ogni costo, il disconoscimento della tristezza, la paura della patologia neurologica come specchio sul quale l’essere umano cala un pesante drappo scuro, quasi fosse un’onta, una macchia da lavare, l’imbarazzante polvere che, nascosta sotto il tappeto, lentamente si affastella e si fa dosso, montagna. “La parte peggiore di una malattia mentale è che la gente si aspetta che ti comporti come se non l’avessi”. Il rifiuto sociale di un disturbo - quello che afferisce alla dimensione psichiatrica - stigmatizzato, giudicato vergognoso e per questo imperdonabile. “Per tutta la vita neanche io ho mai saputo se esistevo veramente. Ma esisto, e le persone ora cominciano a notarlo” dice Arthur quando, consegnatosi alla furia omicida, obbliga il mondo a prendere atto della sua presenza, rendendosi inequivocabilmente visibile e perciò impossibile da ignorare.

C’è un’attitudine alla bravura, alla buona esecuzione, che appartiene a molti. Accanto ad essa, esiste il talento, il puro talento, il talento congenito che ossigena il sangue. Joaquin Phoenix è dotato, senza dubbio, di quest’ultimo e così catalizza lo sguardo dell’osservatore, lo inchioda allo schermo, come un arciere quando scocca la freccia e la conficca nel legno. Ho guardato la pellicola di Todd Phillips tre volte - due al cinema, una in blu ray - incapace di sottrarmi al fascino calamitante di un uomo, Phoenix, il cui talento è una chiamata dall’alto, una vocazione artistica davanti alla quale, personalmente, non posso che inchinarmi e applaudire.


Antonia Storace

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