L'angolo del libro

"Impossibile": il nuovo libro di Erri De Luca



di Antonia Storace

Ho sulle ginocchia una parete di roccia. La terra è franata da basso e si è tinta di rame, si è fatta sabbiosa, sbriciolandosi in una slavina di polvere e scavando uno scivolo lungo il costone. Ho sulle ginocchia una parete di roccia, sopra la quale capeggia una scritta: "Impossibile". Il titolo dell'ultima opera di Erri De Luca suona come un'epigrafe, una condanna senza proscioglimento che sembra vanificare la grazia dell'indulto.

Io sono nata a due passi dal mare, sono figlia dell'acqua, e qualunque elemento distante dall'acqua, dal profluvio del sale, mi riesce difficile. Perciò mi approssimo con reverenza alla sua natura straniera, con umiltà, consapevole, se non della mia incapacità a capire, sicuramente della mancanza di esperienze solide su cui atterrare. Così la montagna, che invece Erri conosce benissimo, tanto quanto il mare, da cui pure viene. Insegna la giustezza del passo, questo l'ho capito leggendo. La consapevolezza del limite; la solidarietà e il sostegno; la solitudine e l'affidamento; il sesto senso e il fiuto; il rispetto della cima come del basamento che, in assenza di reciprocità, non potrebbero esistere.

"Non abbiamo mandanti. Non servono, basta la montagna per movente. Buffo gioco di parole, no? La montagna, immobile per costituzione, è movente. Proprio così: fa muovere verso di essa. Ognuno ha il proprio motivo per andarci. Il mio è dare le spalle a tutto, prendere distanza. Mi butto indietro il mondo intero. Mi sposto in uno spazio vuoto e anche in un tempo vuoto. Vedo com'era il mondo senza di noi, come sarà dopo. Un posto che non avrà bisogno di essere lasciato in pace" scrive l'autore.

Nel perimetro verticale delle sue fiancate scoscese, sulla Cengia del Bandiarac, si ritrovano due uomini, dopo molti anni dalla fine della loro amicizia e lontani da ogni vaticinio o proponimento intenzionale. Nel libro è riportato il verbale dell'accadimento e dell'epilogo imprevisto, il serrato interrogatorio di un magistrato a uno scrittore, con pause che sono lettere, redatte in cella e indirizzate all'ammoresuo - "ammoremio", dice Erri, facendo forza su quella emme doppia e sull'assenza di spazio con l'aggettivo del possesso nobilmente inteso, come fossero una cosa sola, un intero che non si scinde e non si scompone.

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