Il commento del direttore

Il "non ho tempo" e il "do ut des"



La ricerca spasmodica di un qualche collaboratore di vaglia con esperienza tecnica in qualsivoglia settore dello scibile umano, e che sia quello da molti identificato come professionista della scrittura, mi ha impegnato, nelle mie mansioni di direttore, più del necessario. È infatti, diciamocelo pure papale papale, merce rara reperire una simile figura che presti la sua opera gratis et amore Dei. Anche chi potrebbe farlo, ma non ne ha la benché minima voglia, accampa spesso e volentieri mancanza di tempo in assenza di un "do ut des", ossia ti offro la mia prestazione in previsione di ricevere adeguato contraccambio, nella totalità dei casi denaro. Il tempo è denaro, su questo non ci piove. Bisognerebbe però essere onesti e dire: ho un certo tempo a disposizione, do la priorità alle cose che più mi interessano e che reputo per me più importanti.

Ed è così che, dopo essere stato piantato in asso un anno e più addietro da un nostro collaboratore esperto di calcio, senza neanche la decenza di un preavviso, la rubrica sulla massima competizione calcistica nazionale fu sospesa per mai più essere ripresa. Oggi, date le mie frequentazioni nella tribuna stampa dello stadio "Ciro Vigorito", ho cercato di avvicinare qualche collega di caratura professionale di prim'ordine. «Giancarlo caro, ho già due testate giornalistiche sportive, l'una nazionale e l'altra locale, e data la mia non più verde età non ce la farei», la prima risposta. Mi rivolgo ad altra collega, ma la risposta, mutatis mutandis, è stata dello stesso tenore. Non pago, ho interpellato una mia vecchia conoscenza, un portiere del Napoli dell'era Maradona. Favorevolissimo a rilasciarmi un'intervista, «come e quando vorrai, a tua disposizione, ma non chiedermi di scrivere, non è il mio genere, sono più per il "parlato"».

Qualcuno obietterà che parlare di calcio non è che poi sia così indispensabile. È accaduta la stessa cosa per parlare d'altro, di religione. Da mesi, se non anni, sto cercando preti che mi scrivano per Voce Amica. Cambiano gli interpreti ma la musica è sempre la stessa. Addirittura uno di questi l'anno scorso mi disse che non sapeva scrivere (sic!). Finché da poco ne ho finalmente trovato uno che mi sta dando una mano. Da Benevento. Non so fino a quando resisterà. Chi segue il nostro giornale sa di che cosa sto parlando. Qualcuno mi ha detto, «e i nostri sacerdoti?». Cambiano gli interpreti, stessa musica. Non è bello però dire in presenza di terze persone che, quando ho fatto presente l'ora di invio della mail del sacerdote con allegato il pezzo giornalistico, ore 3.52 della notte, «lui non deve alzarsi per andare a scuola», visto oltretutto che era la mattina della domenica quando mi è stata inviata per tenere fede all'impegno preso. A me sa tanto di excusatio non petita, accusatio manifesta. E mi rammenta quando mi si diceva «tanto che hai da fare?».

Per cinque anni e qualcosa ho portato avanti un giornale on line da solo. Una volta mi son sentito dire che quello che io faccio in ore qualcun altro lo farebbe in dieci minuti. Prego, accomodatevi, non chiedo di meglio. Vedremo poi con quanti e quali risultati. La qualità, si sa, si paga. Anni or sono già chiesi a un collega locale se avesse voluto sostituirmi alla direzione, «non ci penso proprio, t'è piaciuta la bicicletta, e pedala», fu la lapidaria risposta. Quando dicevo e scrivevo che il giornale per questa parrocchia è un lusso, che pochissimi della stessa parrocchia lo leggono, mi si è parlato di anatema. C'era stata all'inizio una redazione nominata d’emblée in seno al Consiglio pastorale parrocchiale di 5 o 6 elementi che avrebbe dovuto affiancarmi. Non dissero né sì né no, semplicemente non fecero mai niente e dopo un mese erano tutti belli e scomparsi. Quando mi fratturai il femore dovetti alzarmi in pieno luglio, a due settimane dall'intervento, perché i parrocchiani reclamavano per il nostro portale d'informazione non aggiornato. Stessa situazione a gennaio e febbraio dell'anno scorso, quando persi mia madre. La gente non lo sapeva, si disse, e vedevano il giornale fermo.

Quanto paga questa gente per potersi lamentare? Tutto le è dovuto? Al mio tempo nessuno pensa? Ritengo che questa gente, tranne qualche sparuta e lodevole eccezione, non apprezzi il lavoro compiuto da un solo operaio dove la messe è oggi tanta. Garry Kasparov asseriva che per sapere se una cosa interessa o no nella società d'oggi esiste un metodo infallibile: se per ottenere una certa cosa c'è gente disposta a sborsare del denaro allora piace, altrimenti no. Perché mai dovrei continuare a lavorare per l'esterno? Pubblicando comunicati che giungono da ogni dove? chi paga? In verità la locale parrocchia non è che mi affatichi più di tanto vista la collaborazione pari o quasi a zero se escludiamo i vari avvisi e comunicati da bacheca. Se ho avuto qualche collaboratore locale, critiche a non finire e con qualcuno o qualcuna c'è mancato solo che me li lapidassero. E parlo in senso figurato, com'è ovvio. Molti sono arrivati addirittura a togliermi il saluto; non s'è capito per quale mancanza editoriale da parte mia. Forse come altri pretendevano loro di insegnarmi come si porta avanti un giornale on line chiedendo di pubblicare il volto di minorenni senza l'autorizzazione dei genitori e del fotografo se diverso dai primi. L'altro giorno un'insegnante in pensione mia amica ha postato una citazione sull'ignoranza, una patologia che colpisce molte persone e che ha come sintomi la cattiveria, la presunzione, l'invidia e la cattiva educazione. Ma si sa, l'educazione, come ci ricordava Oscar Wilde, è sempre e solo quella cosa che ci si aspetta dagli altri, mai da noi stessi.


il direttore

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