Cinema e televisione

Il nome della rosa, la serie televisiva



Sembra che l’attesissima e pubblicizzata serie televisiva Il nome della rosa abbia già innescato una serie di polemiche e guadagnato più di una critica. Probabilmente perché la serie è stata costruita dilatando i tempi narrativi, a scapito dell’incalzare di colpi di scena e di sequenze rapide alla Indiana Jones, facendo già rimpiangere il film più che famoso del 1986 di Jean Jacques Annaud con Sean Connery, Christian Slater e F. Murray Abraham, dei grandi attori indubbiamente. Un bel film ma diverso dalla serie televisiva come ambizione dello stile narrativo.

Nel film prevale il genere giallo, con notevoli vantaggi per il ritmo; in questa, la serie, che vorrebbe maggiormente avvicinare lo spettatore alla caratteristica del libro, che è sì un bel thriller, ma con contenuti e riferimenti storici tipici del genere romanzo storico. È questa la sostanziale differenza. La serie vorrebbe rappresentare i sommovimenti di un secolo particolarmente pregnante di polemiche e scontri, lotte di potere ed episodi cruenti e truci, basti pensare alle lotte tra papato e impero, alla questione della povertà di Cristo e della Chiesa, tanto cara e caratteristica dell’Ordine Francescano, che poi fu uno dei suoi elementi fondativi.

Rappresentare e richiamare quella storia non è cosa da poco o facile da rendere in una trasposizione cinematografica che come ben si sa ha le sue regole e i suoi limiti, ma tutto sommato qualcosa appare. Indubbiamente il racconto è dilatato e diluito con elementi e contenuti che non sono raccontati nel libro, ma sono certamente accennati o in qualche modo presenti. Fra Dolcino, la giovane eretica occitana con ovvie licenze narrative, l’inquisitore Bernardo Gui, personaggio storico con una fama che, nonostante qualcuno abbia sostenuto che in fondo era, come dire, non così "malvagio" come sembra apparire nella serie, in verità al rogo ha spedito una cinquantina di persone eretiche o accusate di stregoneria, che poi le due cose in quei tempi coincidevano più spesso di quanto si ritiene. Un bel numero, non c’è che dire, tanto che oggi meriterebbe il non onorevole titolo di "stragista", altro che servitore della Chiesa e fedele al Papa e alla "dottrina"!

E di errori ne ho visti, nella serie, alcuni imbarazzanti per un quasi colossal considerati gli svariati milioni spesi o investiti. Ma sono errori che potrebbero essere trascurabili se ci si concentra maggiormente sul tentativo di rappresentare quel periodo, descrivere fatti ed incontrare personaggi che altrimenti ai più sarebbero sconosciuti. Ecco il pregio della serie televisiva, secondo me: quello di occupare quel posto lasciato vacante dai grandi sceneggiati televisivi, che nel bene e nel male, con le poche lire del tempo hanno fatto conoscere agli italiani i grandi autori e i capolavori della narrativa mondiale, da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ad Aleksandr Sergeevič Puškin, a Jane Austen, ad Archibald Joseph Cronin, al nostro Elio Petri, Omero, Alessandro Manzoni, Alexandre Dumas, Riccardo Bacchelli, Gustave Flaubert… e chi più ne ricorda più ne metta.

Un’operazione davvero culturale e di promozione culturale che si poneva l’alto traguardo di una vera e propria divulgazione letteraria di massa, offrendo contenuti altrimenti poco reperibili e di più difficile fruizione. Al di là di facili critiche per carenze di elementi scenografici o di adattamenti, comunque di alto livello grazie all’opera di ottimi sceneggiatori. Se riusciamo a capire questo e se riusciamo a non cedere alla tentazione di addormentarci volutamente per le intricate vicende che avvengono nel limitato spazio dell’abbazia medievale avremmo di sicuro arricchito il nostro "bagaglio culturale" con qualcosa di diverso e per certi aspetti interessante ed intrigante. Buona visione!


Eduardo Falbo

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