Gli speciali di Voce Amica

Il Museo delle arti sanitarie di Napoli



Serendipità e grandi scoperte:
il Museo delle arti sanitarie di Napoli
e la storia di Vincenzo Tiberio


di Antonia Storace


La serendipità è una felice scoperta, un rinvenimento prezioso e accidentale che si compie nell'atto di cercare qualcosa d'altro, di diverso. Le Americhe, ad esempio, furono un caso di serendipità. Così la penicillina, la cui nascita è storicamente attribuita ad Alexander Fleming.

Il medico, biologo e farmacologo scozzese ebbe, tuttavia, un precursore: molti anni prima, nel 1895, Vincenzo Tiberio, di origini molisane, pubblicò i suoi studi su una rivista specializzata - Annali di Igiene Sperimentale - introducendo il mondo scientifico alla capacità chemiotattica e battericida delle muffe. Purtroppo, le sue osservazioni furono completamente ignorate, e la ricerca, condotta con perizia e dedizione, non incontrò l'eco mediatica che avrebbe invece meritato. L'intuizione dell'uomo fu il risultato di una forte spinta amorosa, il cavalleresco desiderio di proteggere la salute della donna che amava: Amalia Teresa Graniero, sua cugina. All'epoca, Vincenzo Tiberio frequentava la facoltà di medicina di Napoli. Ospite in casa degli zii, ad Arzano - un paese di provincia, poco distante dal capoluogo partenopeo - incontrò Amalia e se ne innamorò, ricambiato, sebbene la consaguineità osteggiasse sensibilmente il compimento della loro unione.

In quel periodo, il giovanissimo Tiberio si accorse che la ripulitura dalle muffe del pozzo dello stabile in cui la fanciulla abitava coincideva con la diffusione delle infezioni gastrointestinali tra i condomini: ebbe allora l'illuminazione che gli consentì di comprendere quanto la presenza dell'agente micotico fosse di ostacolo alla proliferazione dei batteri giacché, al momento della ricomparsa delle muffe lungo i margini della cisterna - le cui acque venivano quotidianamente attinte - le tribolazioni fisiche degli inquilini sparivano. Lo studioso italiano seppe estrarre la cura dal veleno, approdando alla sintesi dell'antibiotico a mezzo di una serie di esperimenti laboratoriali e con un trentennio di anticipo rispetto ad Alexander Fleming, che raggiunse lo stesso risultato nel 1928 e più tardi ancora, nel '45, fu insignito del Premio Nobel. "Le proprietà di queste muffe sono di forte ostacolo per la vita e per la propagazione dei batteri patogeni" scriveva Tiberio nei suoi appunti.

Nel mentre, deluso dal mancato riconoscimento del suo lavoro - forse troppo avanguardista per un evo impreparato ad accoglierlo - e data l'apparente impossibilità dell'amore che lo aveva avvinto, Vincenzo Tiberio si arruolò nel Corpo Sanitario della Marina Militare italiana e partì, prendendo servizio il primo gennaio del 1896 come medico di seconda classe: anche in guerra, si distinse per l'alto valore umano e professionale. Al ritorno in Patria, essendo stati entrambi incapaci a dimenticarsi, Vincenzo e Amalia Teresa scelsero di convolare a nozze, sfidando le sovrastrutture sociali.

A raccontarmi questa storia è stato il dottor Gennaro Rispoli, nella splendida cornice del Museo delle Arti Sanitarie di Napoli, presso il quale, lo scorso lunedì, l'Ordine dei giornalisti della Campania ha coordinato e promosso un evento formativo di grande valore: "L'etica della comunicazione scientifica" inserito nel planning di una preparazione certosina e costante. La visita al sito, che ne è seguita, è stata un profluvio di magia e suggestione profondissima. Sulla collina di Caponapoli, sorge l'Ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, culla della Scuola Medica Napoletana. Ci si arriva attraversando il dedalo di stradine del centro storico, passando per via dei Tribunali e da lì tagliando per vicolo Cinquesanti, sezione San Lorenzo, a pochi passi da San Gregorio Armeno, la celebre arteria dei presepi e dei talenti artigiani.

L'ospedale nacque in pieno Rinascimento, nel 1522, allorquando Maria Lorenza Longo Requenses, fondatrice dell'Ordine delle monache clarisse cappuccine, decise di istituirlo per grazia ricevuta - pare soffrisse di artrite reumatoide a causa del veleno somministratole da una schiava - con l'intenzione di accogliere le partorienti e i malati, allora incurabili, affetti da sifilide. Frati, suore e volontari di ogni estrazione sociale si votarono ad assistere uomini e donne tragicamente segnati, tutelando la loro dignità e alleviando, per quanto possibile, la paura dello spettro della morte.

Due secoli dopo, accanto al nosocomio - che vanta un orto medico dotato di oltre cento piante medicamentose - sorse la Farmacia degli Incurabili (attualmente chiusa al pubblico per importanti interventi di ristrutturazione), opera solenne dell'espressione stilistica barocca e rococò e antico laboratorio farmacologico. Maestri del legno, pittori e architetti che, nel Settecento, lavorarono alla sua edificazione - Bartolomeo Vecchione e Domenico Antonio Vaccaro, tra gli altri - si preoccuparono di rispettare l'attitudine e la finalità ospedaliera del luogo, realizzando un capolavoro di affreschi e maioliche di rara bellezza, lungo le cui pareti lo stiglio in noce custodisce i preziosi vasi manifatturieri di Donato Mazza, destinati alla raccolta dei preparati curativi. Il Museo delle Arti Sanitarie - che le è annesso ed è gestito dall'Associazione culturale Il Faro di Ippocrate - si articola in quattro sale espositive, intitolate a Domenico Cotugno, Domenico Cirillo e Giuseppe Moscati. Visitarlo è immergersi in un percorso di strumenti, anfore mediche, referti originali e ferri centenari che consentono il privilegio di un salto temporale senza precedenti. Marco Aurelio Severino, Quadri, Chiari, Moscati e Cardarelli attraversarono quelle sale e lì operarono con impegno e vocazione, così che la medicina potesse prendersi cura non soltanto del corpo ma anche dell'anima in esso contenuta e troppo spesso dimenticata.





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