Gli speciali di Voce Amica

Il discorso integrale di monsignor Felice Accrocca



La grazia dell’ascolto
Relazione introduttiva dell’arcivescovo mons. Felice Accrocca
in occasione dell’inizio dell’Anno pastorale
Benevento, basilica cattedrale, 30 settembre 2018


Dopo che Giovanni il Battista ebbe reso la sua ultima testimonianza, Gesù lasciò la Giudea dirigendosi di nuovo verso la Galilea. Gli fu necessario, perciò, attraversare la Samaria. «Affaticato per il viaggio – annota l’evangelista Giovanni –, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno» (Gv 4,6). Colpisce questa sottolineatura dell’umanità di Gesù: anche lui, dunque, faticava, si stancava, sudava. Per di più, era mezzogiorno, l’ora più calda, in un territorio dove il sole si fa sentire. Il Maestro, quindi, ha condiviso in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana, i nostri sentimenti (Giovanni ce lo mostra mentre piange sulla tomba di un amico: cf. Gv 11,35), le nostre paure (nell’orto del Getsemani, i suoi capillari si ruppero fino a fargli sudare sangue: cf. Lc 22,44).


Un incontro che salva

Quanto accadde al pozzo di Giacobbe mette però in risalto anche l’arditezza di Gesù. Mentre sostava lì, giunse infatti una donna di Samaria ad attingere acqua. «Le dice Gesù: “Dammi da bere”. I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani» (Gv 4,7-9). Il Maestro si trovò dunque presso il pozzo a parlare, da solo, con una donna: nella mentalità dell’uomo biblico l’incontro al pozzo è un incontro amoroso; fu al pozzo che Isacco incontrò Rebecca (Gen 24,10ss); al pozzo Giacobbe «baciò Rachele e pianse ad alta voce» (Gen 29,11); ancora al pozzo Mosè, fuggitivo nel paese di Madian dopo che aveva ucciso l’egiziano, incontrò le figlie di Reuel e da quell’incontro scaturì il matrimonio con Zippora (Es 2,15-22). Gesù era perciò in quel luogo con una donna, peraltro particolare: «Hai avuto cinque mariti – le dirà – e quello che hai ora non è tuo marito» (Gv 4,18). Che si trattasse di un comportamento anomalo lo prova il fatto che quando «giunsero i suoi discepoli si meravigliavano che parlasse con una donna» (Gv 4,27). La donna s’era recata al pozzo in un’ora insolita (l’ora migliore era al tramonto, non a mezzogiorno, con il sole a picco), ma forse aveva scelto quel momento proprio per passare inosservata; il pozzo, infatti, come la taverna per gli uomini, era anche un luogo d’incontro, quindi di chiacchiere, di pettegolezzi, e lei sapeva bene di essere al centro dell’attenzione per la sua vita a dir poco singolare.
Malgrado in Israele un profeta non potesse nemmeno parlare con una donna, Gesù non si fece problema: «Colui che chiede da bere – dirà Agostino commentando questo passo – ha in realtà sete della fede della samaritana». Non si curò di cosa avrebbero potuto dire i benpensanti e neppure di quel che potevano pensare i suoi stessi discepoli: c’era una persona da salvare e perciò valeva la pena rischiare.
L’incontro tra i due si aprì nel segno dell’ostilità, poiché i Giudei «non hanno rapporti con i Samaritani» (Gv 4,9). Quest’ultimi era infatti odiati perché si ritenevano il prodotto dell’incrocio di cinque popolazioni pagane immigrate in modo forzato, che nel passo evangelico sono per l’appunto simboleggiate dai cinque mariti avuti dalla donna (Gv 4,18); inoltre, mentre i Giudei adoravano Dio nel tempio di Gerusalemme, i Samaritani avevano il loro centro di culto sul monte Garizim (Gv 4,20). È perciò possibile comprendere facilmente l’iniziale sconcerto e la brusca risposta della donna. Tuttavia, subito dopo, Gesù seppe suscitare la sua curiosità, che la fece passare dall’ostilità alla meraviglia fino alla domanda sincera, motivata da una ricerca di fede. «Se tu conoscessi il dono di Dio…», le disse Gesù (Gv 4,10). «Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe?», esclamò incuriosita la donna (Gv 4,12). «Signore, vedo che tu sei un profeta!» (v. 19). «So che deve venire il Messia» (v. 25).
Un uomo – lo dico con parole che prendo in prestito da mons. Mariano Crociata – davvero «sorprendente, di cui alla fine non si capisce facilmente da dove veramente venga (“da dove prendi dunque quest’acqua viva?”, Gv 4,11) e nemmeno dove vada, che cosa stia realmente cercando, se alla fine pretende di dare, e anzi promette, ciò che all’inizio sembrava essere solo venuto per chiedere; un uomo capace di evocare, con la sola presenza, la sconcertante richiesta e le poche parole, interrogativi inquietanti ed emozioni imperscrutabili nel cuore di una donna dal complicato retaggio coniugale, nella storia di un popolo, nell’esperienza religiosa di una comunità, perfino nei pensieri dei suoi compagni di avventura» (Lettera pastorale Ascoltare ancora, Latina 2015). Ed è proprio a questa donna singolare che Gesù rivela, come non mai con tanta chiarezza, la sua identità, in un tono tanto intenso da commuovere il lettore: «“So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa”. Le dice Gesù: “Sono io, che parlo con te”» (Gv 4,25-26).
Il Maestro ha guardato in profondità questa donna, l’ha messa nella verità ed ella, pian piano, si è lasciata scrutare, ha iniziato un processo di ricerca che ha messo Gesù in condizione di potersi comunicare a lei intimamente. Gesù ha ascoltato le domande profonde che – come magma vulcanico – ribollivano nell’io interiore della donna e lei ha saputo a sua volta mettersi in ascolto e raccogliere le sollecitazioni del Maestro, che la chiamava a scendere sempre più nelle profondità di se stessa.
Quanto è diverso questo colloquio dalla gran parte dei nostri… Spesso ci si limita a comunicare agli altri non la realtà più intima e vera, quanto veramente ci commuove o c’inquieta, quanto ci entusiasma o si teme, ma piuttosto un’immagine falsata di noi stessi, che ci si sforza di propagandare all’esterno, forse per timore che, facendo diversamente, si possa non essere accettati. Anche tanti nostri incontri di gruppo rischiano, molto spesso, di ridursi in banalità, in questioni organizzative, senza che ci si ponga davvero alla ricerca di Gesù, senza aprirsi interiormente alla sua Parola, senza comunicarsi agli altri. Quante volte si finisce per affannarsi alla ricerca di acque che non spengono la sete, che non appagano, disdegnando la vera acqua che – essa sola – può spegnerla? Poco importa che siamo vescovi, sacerdoti, consacrati, laici: se nelle nostre attività cerchiamo noi stessi, la nostra affermazione, il nostro successo, se “facciamo” per riempire i vuoti che ci portiamo dentro, non siamo destinati che al fallimento e a una frustrazione continua!


Apprendere la lezione della storia

È necessario, perciò, porsi in ascolto attento per propiziare quell’incontro che cambia la vita. È necessario mettersi in ascolto del Signore, che ci parla attraverso la sua Parola e attraverso la storia che ci dona di vivere: è la Parola a fornirci gli strumenti per leggere la storia e comprendere quanto essa ci chiede. Infatti, «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (Gaudium et spes 4). Tuttavia, essere disposti all’ascolto vuol dire anche essere disposti al cambiamento, poiché non si ascolta davvero quando non si è intenzionati a rivedere le proprie convinzioni. Il cambiamento ci è chiesto perché il mondo cambia in fretta, la situazione odierna non è quella di ieri e pure le soluzioni che per lungo tempo si sono rivelate idonee a fronteggiare difficoltà e problemi, oggi non lo sono più. Anche per noi sono perciò valide alcune considerazioni formulate da mons. Crociata nel documento prima citato: «Siamo in presenza di un fenomeno di lento decadimento della forza sociale della presenza cattolica nel nostro territorio e nel nostro paese. Non sono soltanto i numeri a mandare questi segnali, ma anche gli stili di vita e i valori dominanti tra le persone e nella collettività intera. Esaurita la capacità strutturante e propulsiva della cristianità, anche la cultura del popolo cattolico si va estenuando, assumendo la forma di un miscuglio che ha sempre più il carattere di “religione” del consumismo e del benessere psico-fisico» (Lettera pastorale Ascoltare ancora).
A questa ondata, che non sembra perdere d’intensità, non si risponde incentivando il devozionismo: esso è indubbiamente semplice da introdurre, non richiede grossi sforzi di lettura e può darci anche l’illusione di una certa efficacia, ma non incide profondamente nelle coscienze, non cambia gli stili di vita. Al contrario, si rischia invece di dare forza a quella «forma di un miscuglio che ha sempre più il carattere di “religione” del consumismo e del benessere psico-fisico». Non mi si fraintenda: dicendo ciò non raccomando affatto l’abbandono della pietà popolare che caratterizza il vissuto di tante nostre comunità, perché vorrebbe dire gettare il bambino con l’acqua sporca. La «via da seguire», invece – si legge in un documento della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti –, è quella di «valorizzare correttamente e sapientemente» le «non poche ricchezze» insite nella pietà popolare, «le potenzialità che possiede, l’impegno di vita cristiana che sa suscitare» (Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti 12). Dismettere prima di fornire valide alternative e cibo nutriente, avrebbe quale inevitabile esito d’incentivare ancor più la ricerca di forme “religiose” alternative, che non di rado rischiano di sconfinare in altrettante forme di superstizione e magia.
È certo, però, che la sfida che ci attende non può essere fronteggiata se non con un ascolto più assiduo e diffuso della Parola di Dio e con l’adozione di uno stile e di un metodo pastorale che privilegi l’azione coordinata e collettiva. È necessario, infatti, scriveva in anni ormai lontani il cardinale Michele Pellegrino, «superare una mentalità individualistica che rende difficile il dialogo e la collaborazione» (Lettera pastorale Camminiamo insieme 21).


Il discernimento sul seminario arcivescovile

Mettersi dunque in ascolto della storia. Proprio lo sguardo alla storia ha richiesto, nell’anno pastorale appena trascorso, un esame attento della situazione del seminario arcivescovile: il numero ridotto dei seminaristi ha posto infatti con sempre maggior forza seri interrogativi sulla qualità della relazione educativa, mentre la struttura, ormai smisurata per le persone che ha ospitato negli ultimi anni, ha finito per risultare inadatta a favorire tale relazione, richiedendo peraltro costi eccessivi per il suo mantenimento. Modi d’agire e di pensare che mutano con gran facilità (quanti operano in ambito educativo sanno quanto differenti siano gli studenti da un ciclo scolastico all’altro), un decremento demografico progressivo e una persistente migrazione dal Sud al Nord del Paese, per non dire all’estero, soprattutto delle fasce più giovani della popolazione, sono tutti elementi che hanno favorito il progressivo calo delle vocazioni, né – come attestano analisi qualificate – si prevede un cambiamento d’orizzonte, semmai un aggravarsi della situazione.
Nell’anno pastorale che si apre, i seminaristi della nostra arcidiocesi presenti nel seminario maggiore (studenti nel corso filosofico-teologico) saranno quattro; altrettanti quelli nel seminario minore. Ciò che mi ha guidato, nel percorso per giungere infine a una decisione da prendere, certo non facile, è stata la determinazione di voler trovare la soluzione migliore per garantire una formazione adeguata ai giovani chiamati al sacerdozio, per il maggior bene loro e delle comunità nelle quali saranno domani inviati. In questa scelta ho cercato di non farmi condizionare né da ragioni di convenienza economica, né da mire tese a salvaguardare il prestigio passato, perché la storia cambia e noi dobbiamo accettarla per quel che è e non per quel che vorremmo essa fosse. Mi ha fatto riflettere, poi, la necessità di dover impiegare almeno tre figure educative (rettore, vicerettore, padre spirituale), tre sacerdoti per soli quattro seminaristi, ai quali sarebbe mancata peraltro la possibilità di un confronto autentico, con il rischio, per nulla ipotetico, che potessero finire per demotivarsi gli uni e gli altri; la presenza, in un ambiente formativo, di seminaristi di una sola diocesi incentiva inoltre un atteggiamento autoreferenziale, mentre è ormai sempre più necessario, a tutti i livelli, allargare i confini. Come dice Gustav Mahler, “fedeltà alla tradizione significa tenere vivo il fuoco, non adorare le ceneri” (cit. da F. OCCHETTA, “Destra”, “sinistra” e le nuove appartenenze della politica, in La Civiltà Cattolica, q. 4030, p. 375).
Per il futuro, ho quindi ritenuto opportuno mantenere a Benevento il seminario minore, con un sacerdote che sia di riferimento per i giovani; per coloro che frequentano invece il corso filosofico-teologico ho scelto un percorso più articolato: restano sempre a Benevento i due che sono già alla fine del percorso di studi (V e VI anno), mentre si trasferiscono presso il seminario di Posillipo gli altri due che debbono ancora iniziare il quadriennio teologico, in modo che possano continuare il cammino formativo insieme agli altri seminaristi delle diocesi della nostra metropolia e di altre diocesi ancora; per il futuro, ciò contribuirà anche ad agevolare il cammino metropolitano, in quanto si potrà contare su un clero che ha già stabilito, negli anni della formazione, relazioni di conoscenza e d’amicizia. L’anno propedeutico si svolgerà invece a Pozzuoli, dove i nostri giovani faranno un cammino di discernimento assieme ad altri di diocesi diverse afferenti allo stesso seminario: a questo proposito, ho anzi la gioia di potervi comunicare che quattro nuovi giovani della diocesi inizieranno quest’anno il loro percorso.
In definitiva, si è finito così per ripristinare la situazione antecedente al 1977, quando a Benevento avevano sede due seminari: quello arcivescovile, gestito direttamente dall’arcidiocesi, con sede nell’antico edificio sul corso, dove si frequentavano le scuole medie e il ginnasio, aperto a ragazzi della nostra arcidiocesi, e quello regionale, che aveva sede su viale Atlantici (l’edificio poi divenuto scuola di formazione per l’Arma dei Carabinieri), dove invece si proseguivano gli studi del corso filosofico-teologico, non gestito dall’arcidiocesi, ma con superiori e professori inviati dalla Congregazione. Chiusosi il seminario regionale nel 1977, dopo l’esperienza quarantennale in diocesi, si torna ora in un seminario regionale per le motivazioni che sopra ho brevemente elencato.


Alcune indicazioni pratiche

Chiusa questa parentesi, che ritenevo necessaria, riprendo il filo del discorso. Come dissi anche al Papa, salutandolo al suo arrivo a Pietrelcina il 17 marzo scorso, «la nostra terra soffre, a dispetto delle sue grandi potenzialità, che restano mortificate dalla grave debolezza delle infrastrutture: così i nostri giovani sono costretti a cercare lavoro altrove e nei nostri Comuni – come in tutte le aree interne del Paese – la popolazione diminuisce, mentre l’età media di coloro che restano s’innalza sempre più. Tutto ciò pone nuove urgenze alla vita pastorale». Anche da ciò «ne consegue – dicevo a voi lo scorso anno – che non è più possibile, ormai, pensare unicamente su scala parrocchiale molte delle attività fino ad oggi vissute come tali».
Nell’anno passato abbiamo fatto alcuni passi in avanti, che non possiamo certo misconoscere; le zone, in alcuni casi con più convinzione, in altri con più resistenze, hanno cercato di vivere esperienze in comune: i campi estivi per adolescenti, le feste con i bambini di Prima Comunione, la peregrinatio delle reliquie del santo, per fare alcuni esempi, oppure la Lectio divina tenuta in tre zone diverse nei tempi di Avvento, Quaresima e Pasqua, hanno permesso di capire che lavorare insieme si può, che è sicuramente vantaggioso e può essere anche bello, oltre che stimolante, perché si è di più, si hanno maggiori possibilità per un servizio più qualificato e per un confronto più arricchente.
Ora dobbiamo proseguire nel cammino, consolidando e incentivando i risultati raggiunti, perché la meta è ancora lontana: in tal senso, vanno incrementate le esperienze estive per fanciulli, adolescenti o giovani, i momenti formativi per gli adulti e per i gruppi famiglia, i ritiri di preghiera nei momenti forti dell’Anno liturgico, tutte iniziative – dicevo già nel 2017 – che in ambito parrocchiale sono difficili da realizzare per carenza di numeri. In alcune zone si stanno intanto muovendo i primi passi anche per un catechismo impiantato su scala interparrocchiale, capace di arricchire la proposta formativa.
Come lo scorso anno, propongo dunque mete che mi sembra siano raggiungibili senza uno sforzo eccessivo. In tal senso, va assolutamente incentivata la formazione degli operatori, che deve essere attivata nelle singole zone non in autonomia, ma in stretta collaborazione con il Centro diocesano. Il cammino per il rinnovamento dell’iniziazione cristiana sarà sostenuto da un sussidio diocesano, che tutti i catechisti dovranno avere: nel corso di quest’anno pastorale pubblicherò un decreto che fisserà l’età per i sacramenti dell’iniziazione cristiana; quello in corso sarà inoltre un anno di “mentalizzazione” per i catechisti, attraverso un lavoro fatto nelle singole zone: a questo proposito, si terranno due incontri in ogni zona, della durata di due ore ciascuno, gestiti dalla Commissione Diocesana per l’Iniziazione Cristiana.
Se in passato ci siamo dati l’obiettivo di costituire il Consiglio Pastorale Zonale, ora si dovrà farlo funzionare per davvero, perché è questo lo strumento più idoneo per operare un discernimento pastorale adeguato, capace di tradurre in modo appropriato, anche in zone molto diverse tra loro, l’orientamento pastorale additato dal vescovo alla diocesi: ciò comporta, necessariamente, un ascolto attento dei laici, i quali non sono semplici esecutori della volontà dei sacerdoti, ma sono piuttosto «chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della Gerarchia» (Lumen Gentium 33). Con ciò non si vuol dire che la Chiesa debba essere governata con criteri di maggioranza e minoranza, come nelle moderne democrazie occidentali, perché si verrebbe a lederne la natura di ierarchica communio. Siamo invece invitati a costruire, come dicevo nell’omelia tenuta il giorno del mio ingresso in diocesi, «una Chiesa libera da personalismi, aperta al soffio dello Spirito, che sappia mettere al centro l’Amore di Dio, unita, perciò, nella “convivialità delle differenze” (Tonino Bello), nella quale vescovo, sacerdoti, diaconi, persone consacrate, laici siano disposti a crescere in rapporti paritari pur nel rispetto della differenza dei propri ruoli».
È vero poi che nelle assemblee di fine anno, ogni zona ha individuato alcuni obiettivi per l’anno pastorale che oggi si apre, i quali prevedevano di organizzare un’iniziativa in comune o almeno a livello interparrocchiale: quegli obiettivi debbono essere realizzati, evitando che restino unicamente sulla carta; a ciò dovrà contribuire in modo determinante il Consiglio Pastorale Zonale. A tal proposito, ogni zona terrà – nei mesi prossimi di ottobre-novembre – un’Assemblea iniziale nella quale proporrò una lectio introduttiva su un brano della Scrittura: in quella stessa assemblea verranno riprese le proposte emerse nelle assemblee di giugno e rilanciate le tematiche sulle quali si è riflettuto nell’anno appena trascorso (il tema dei giovani e quello della catechesi per l’iniziazione cristiana). A fine anno (giugno-luglio 2019) si svolgerà invece un’Assemblea conclusiva, un miniconvegno zonale, con tema da definire, che offrirà anche l’occasione per un momento di verifica: pure a quest’incontro finale assicuro la mia presenza.
Proseguirò poi gli incontri di Lectio divina in tre zone diverse dell’arcidiocesi, nei tempi di Avvento, Quaresima e Pasqua. Mi auguro, altresì, che si prosegua nei luoghi dov’essa si è tenuta lo scorso anno, in chiave zonale o almeno interparrocchiale, così da diffondere, per quanto possibile, il metodo della Lectio divina. Parteciperò inoltre ad almeno due incontri del presbiterio, che potrebbero tenersi – così come lo scorso anno in parte è già avvenuto – nelle ore serali, scanditi anch’essi dalla Lectio divina, dalla condivisione scaturita dall’ascolto della Parola e da un momento conviviale.


Fare esperienza di unità

Come dicevo in questa stessa occasione l’anno passato, «non dobbiamo rinchiuderci nello stretto perimetro dei confini parrocchiali o, meno ancora, della piccola porzione di terreno arbitrariamente considerata parrocchia, ma assumere confini più ampi, quelli della Chiesa beneventana nel suo complesso e della Chiesa diffusa su tutta la terra». In tal senso, è bene che le comunità parrocchiali mettano in programma tre appuntamenti diocesani nei quali fare, ogni anno, esperienza di Chiesa locale: uno è quello che stiamo vivendo stasera, il secondo è la Messa crismale, il mercoledì santo (nel 2019 il 17 aprile), il terzo è la Veglia di Pentecoste (nel 2019 sabato 8 giugno), dopo la quale vivremo l’esperienza dell’agape fraterna; in tal modo, il tempo di Quaresima-Pasqua-Pentecoste, inaugurato con un digiuno il mercoledì delle Ceneri, si chiuderà con un convivio comunitario la sera della Veglia.
Lo Spirito Santo, artefice di unità nell’Amore, guidi i nostri passi e faccia di tutti noi un cuor solo e un’anima sola (At 4,32), perché si realizzi il testamento del nostro Redentore: essere tutti una cosa sola (Gv 17,11), così come Cristo e il Padre sono una sola cosa (Gv 10,30).

+ FELICE ACCROCCA

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