L'opinione che non ti attendi

Festival di Sanremo: il "Cantico dei Cantici" benigniano



Ho letto come tanti il Cantico dei Cantici, e per la verità non mi sono mai impressionato o scandalizzato più di tanto. Sono fra quelli che riesce ben a comprendere che Hallelujah di Leonard Coen non è proprio la canzone giusta per la messa di Pasqua, perché alquanto dissimile dal più celebre e classico Alleluia di Handel, di sicuro più adatto alla circostanza, ma confesso che la rappresentazione di Benigni al Festival di San Remo mi ha lasciato perplesso, per le ovvietà proposte e per alcune strane conclusioni del grande comico, attore, regista… da ieri anche esegeta. Complimenti! Quando si va avanti nella vita è giusto accostarsi al sacro, chiedersi che ne sarà di noi poveri mortali ecc.

Sì, ma si dovrebbe farlo con cautela, considerato il tema, e se poi si ritiene possedere la fiamma che brucia dell’apostolato o della predicazione agli altri nostri consimili, almeno informarsi meglio… molto meglio. Diversamente si rischia di mandare tutti all’inferno… no, non nel senso figurato ed imprecativo di “va al diavolo”, no ma proprio all’inferno, ovviamente per chi ci crede.

Al di là delle informazioni sintetiche circa l’autore del Cantico, della spiegazione del titolo, delle paure e dei timori degli estensori del canone biblico, Benigni sorridendo amabilmente ritiene quegli estensori tanto distratti da aver inserito il Cantico dei cantici per mero errore nella raccolta dei libri (la Bibbia appunto), tanto da costringere successivamente i biblisti, i rabbini, gli esegeti a ricercare delle giustificazioni per la presenza di quel testo fra i libri sacri. Tutti costoro avrebbero dovuto faticare secoli per giustificare un errore che si sarebbe potuto risolvere tranquillamente durante le numerose dispute, lotte e lunghi ed estenuanti concili… ed è quindi questa per Benigni la storia dell’ermeneutica, dell’esegetica, della filologia, della glottologia (… e chi ne ha più ne metta) che ha animato gli interessi, lo studio ed il lavoro dei padri della chiesa: nascondere ai fedeli l’errore clamoroso di aver inserito nel canone biblico un libro peccaminoso.

Ottima trama per un prossimo thriller biblico! Mah! Tanta fatica per nulla… per un inconsapevole errore perpetrato per millenni… forse sarà questo il vero mistero di quel testo! Sì, perché poi si capisce perché quel libro debba essere considerato inserito per errore! Perché l’astuta macchinazione del ricorso all’errore inconsapevole… dà ragione e giustifica la sua presenza nella Bibbia e ancora di più l’interpretazione originale di Benigni.

Infatti per Benigni quel bellissimo testo in realtà cela un inno all’amore in generale, non quindi e non solo tra l’amata e l’amato, come è ben specificato, no… questa è una lettura letterale… in realtà l’autore, o più probabilmente l’autrice cui va la palma di prima cantrice dell’amore, scalzando da quel primato la poetessa Saffo dell’isola di Lesbo, siamo intorno alla seconda metà del VII secolo a.C., voleva riferirsi probabilmente alla coppia in generale, ossia due persone che si amano follemente. Una notizia questa e non è la sola…

Quello in buona sostanza secondo Benigni è un inno all’amore universale, planetario, generale… nel senso che non riguarda, appunto i generi… alla maniera di un figlio dei fiori non pensa al domani e tratta invece dell’amore di tutte le coppie etero ed omosessuali. La cosa ripeto a me sembra un poco forzata almeno se ci riferiamo alla lettura comoda, di quella che un poverino sprovveduto ne fa, solo che se lo sprovveduto continua nella lettura dei testi biblici non vede confermata questa posizione di libera espressione dell’amore… sia nel Vecchio Testamento che nel Nuovo, per esempio se gli capita di leggere: Levitico 18, 22; 20, 13; poi Lettera ai Romani 1, 26-27; poi Prima Lettera ai Corinti 6,9; Prima lettera a Timoteo 1,10; Lettera a Giuda 7.

Ma attenzione in queste come nelle altre letture è chiaramente specificata la condanna dell’atto, giammai è preso di mira il povero peccatore, come sempre la Scrittura sostiene. Considerato quindi l’evolversi dei testi, viene facile pensare che gli atti d’amore dei quali poeticamente parla il Cantico riguardino esattamente i due protagonisti: l’amato e l’amata.

Nessuno errore c’è stato il Cantico dei cantici, è la canzone delle canzoni che canta quell’amore che il Creatore ha stabilito nell’Eden, e non c’è nulla di che scandalizzarsi o considerare blasfemo: è Bibbia ragazzi! Lasciamo alla cultura del tempo, allo spirito del tempo l’offerta di ogni posizione e la libera espressione dei comportamenti e non imbelliamo antichi testi sacri per dar ragione con evidenti forzature a interpretazione di contesti così lontani nello spazio e nel tempo.


Eduardo Falbo



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