Gli speciali di Voce Amica

Festa Ognissanti e Commemorazione defunti 2018



"Per l'Ognissanti siano i grani seminati e i frutti rincasati", recita un antico proverbio. Il 1° novembre e il 2 per i cristiani si celebrano due feste importanti, Ognissanti e la Commemorazione dei defunti. Un tempo, nelle terre abitate dai Celti, che si estendevano dall'Irlanda alla Spagna, dalla Francia all'Italia settentrionale, dalla Pannonia all'Asia Minore, questo periodo era considerato un Capodanno ed era preceduto dalla notte durante la quale i morti entravano in comunicazione con i vivi. Dell'antico Capodanno celtico sono sopravvissuti fino a oggi proverbi e usanze: fra queste ultime la più celebre nei paesi inglesi e irlandesi è la cosiddetta notte di Halloween, fra il 31 ottobre e il 1° novembre, durante la quale i ragazzi si mascherano da scheletri e fantasmi, mimando il ritorno dei morti sulla terra, e girano di casa in casa chiedendo piccoli tributi e minacciando, se non li ottengono, di giocare qualche scherzo. Purtroppo la festa di Halloween si è degradata in un gioco profano che si è esteso anche all'Europa meridionale, specie in questo nostro Paese dove si recepisce ogni usanza o moda straniera senza discernimento.

La tradizione di festeggiare tutti i santi, anche quelli ignoti, nasce nella seconda metà del II secolo in Oriente e dal III in Occidente la Chiesa festeggiava ogni anno l'anniversario del dies natalis di ogni martire, ovvero il giorno della sua rinascita in cielo che coincideva con la morte. Nei primi secoli si ricordava il martire presso il suo sepolcro con la celebrazione dell'eucaristia. Inizialmente si pregava il Signore per lui, poi si cominciò a pregare suo tramite, a considerarlo cioè intercessore presso Dio, come testimoniano i graffiti romani della Memoria apostolorum che risalgono all'incirca al 260. Solo con il Medioevo il termine sarebbe stato sostituito da quello pagano di santo che in latino, sanctus, significava sacro, degno di religioso rispetto, accetto agli dei. Era logico che anche i non martiri venissero venerati perché con l'età costantiniana erano tramontate le persecuzioni, e i fedeli avevano cominciato a onorare altre forme di testimonianza evangelica, come quelle dei Padri del deserto, degli asceti, dei fondatori del monachesimo, delle vergini o delle vedove che si erano consacrate al Cristo, e infine dei pastori che meglio avevano testimoniato la loro fede.

Se il culto dei singoli martiri e santi risale ai primissimi secoli, a partire dalla fine del IV secolo in Oriente si sentì l'esigenza di celebrare tutti i santi, conosciuti o ignoti, in un'unica festa: la Chiesa siriaca durante il tempo pasquale, la bizantina la domenica successiva alla Pentecoste. Finché papa Sisto IV la rese obbligatoria il 1° novembre per tutta la Chiesa occidentale. Ognissanti è considerata una solennità, cioè fa parte delle feste più rilevanti perché, secondo la costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II «nell'anniversario dei Santi la Chiesa proclama il mistero pasquale realizzato nei santi che hanno sofferto con Cristo e con Lui sono glorificati». Tuttavia, come afferma la costituzione conciliare Lumen gentium a proposito della santa per eccellenza, la Vergine soccorritrice e mediatrice, il ricorso a loro «va inteso in modo che nulla detragga o aggiunga alla dignità e all'efficacia di Cristo, unico mediatore».

Il 1° novembre, che celebra la morte di tutti i santi come giorno della loro «nascita», della loro vittoria, dell'assunzione nella comunione divina, ha cristianizzato il Capodanno celtico non contraddicendone lo spirito perché, se si paragonano i santi ai chicchi di grano, scesi nella stagione autunnale nella terra per rinascere come piante in primavera, si possono comprendere meglio le parole che il Cristo disse ad Andrea e Filippo: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve il Padre lo onorerà» (Giovanni 12, 24-26).


Il giorno successivo, 2 novembre, la Chiesa commemora tutti i defunti secondo un'usanza universale che si riscontra in ogni tradizione e non ha mai avuto, se non nell'Occidente moderno, carattere triste e funebre. Vi è però un paese europeo dove la commemorazione assomiglia a una festa familiare durante la quale i morti sembrano confondersi con i vivi: l'Irlanda. Quasi a continuare la tradizione celtica, portando fiori a profusione nei cimiteri, per alludere all'aldilà come paradiso. I cimiteri sembrano un prato fiorito a primavera, non c'è tristezza ma gioia nella rievocazione dei parenti e degli amici. Per la festa si confezionano dolci di pane in forma di teschi e scheletri a significare che dai morti, dai «semi sotterrati» rinasce la vita, ovvero che i morti «ci nutrono».

D'altronde, anche nel nostro Paese il 2 novembre si mangiano ancora le «ossa dei morti»: così si chiamano in Sicilia quei dolci di pasta di mandorle che le pasticcerie vendono alla vigilia fino a tutto il 2 novembre. Ma l'usanza non è limitata a quella regione: in molte altre, dalla Sardegna all'Umbria, si vendono per l'occasione i dolci dei morti. Che i morti portino la vita è dunque una credenza anche italiana.

I cristiani cominciarono a onorare i loro defunti che seppellivano nelle necropoli costruite lungo le vie consolari: ogni morto aveva un loculo scavato nel tufo, dove nella ricorrenza non della nascita, ma della morte, gli si offriva una messa. Poi, con le scorrerie dei barbari, le catacombe, che si trovavano fuori della cinta delle mura aureliane, divennero insicure e si cominciò a tumulare i morti all'interno delle città, nelle chiese e lungo i narteci (in quelle antiche, spazio posto fra le navate e la facciata principale della chiesa). La Commemorazione di tutti i defunti nacque invece nel cuore del Medioevo e furono i monasteri benedettini a introdurre questa pratica nella Chiesa latina durante il X secolo. Il rito si diffuse a poco a poco nei rituali diocesani e in quelli di altri ordini religiosi fino al Trecento, prima che Roma lo accogliesse: l'Anniversarium omnium animarum, così si chiamava, appare per la prima volta il 2 novembre nell'Ordo romanus del XIV secolo. In quel giorno non si celebrava il concistoro né si predicava durante la messa. La quale aveva e ha la funzione di impetrare la misericordia per i defunti, sottolineando la comunione dei santi che unisce la Chiesa orante e militante a quella penante ed espiante nel purgatorio: corpo mistico dove dimorano i beati del cielo, i «viatori» della terra e le anime purganti.

Oggi, dopo la messa, ci si reca nei cimiteri per adornare le tombe di fiori, soprattutto crisantemi (simboli in Oriente, da dove sono giunti, di solarità e dunque di immortalità), e per ricordare con tutta la famiglia i parenti scomparsi. Ma diversamente dagli antichi, viviamo questa giornata all'insegna della mestizia e consideriamo i cimiteri come luoghi lugubri, da non frequentarsi se non nelle occasioni tristemente necessarie. E invece i camposanti dovrebbero tornare a essere luoghi familiari e ridenti perché contengono le nostre radici, tutti coloro che ci hanno preceduto trasmettendoci non solo la vita, ma anche il patrimonio di tradizioni, di cultura e di regole morali su cui è fondata la nostra comunità. Per questo motivo la Commemorazione dei defunti non è solo una ricorrenza religiosa o un'occasione per rievocare i nostri defunti, ma una vera festa della città. E giustamente nel 1987 il Comune di Torino invitò i cittadini a adornare con i fiori, che l'amministrazione metteva a disposizione gratuitamente, tutte le tombe e mandò nei cimiteri la banda dei Vigili urbani perché con le sue note gioiose sottolineasse anche la valenza civile della commemorazione. E per spingere i torinesi a passeggiare nei camposanti al di fuori della ricorrenza, distribuì gratuitamente una guida del cimitero monumentale, intitolata significativamente Le nostre radici.

Al mio compianto maestro, Alfredo Cattabiani, studioso di storia delle religioni, di simbolismo e di tradizioni popolari, scomparso nel 2003.

Giancarlo Scaramuzzo



IL PROGRAMMA DELLE CELEBRAZIONI A PADULI

Da giovedì 25 ottobre presso la cappella del cimitero
ore 16.00 Divina Misericordia e Cento Requiem

Mercoledì 31 ottobre
Ore 17.00 - 20.00 Confessioni presso la chiesa Madre
Si ricordi che al cimitero non si confessa

Giovedì 1° novembre
Ore 8.30 - 10.00 Sante messe chiesa di San Giovanni
Ore 11.00 - 16.30 Sante messe al cimitero
Ore 16.00 Processione penitenziale al cimitero dalla chiesa Madre

Venerdì 2 novembre
Ore 8.00 - 9.00 - 11.00 - 16.30 Sante messe al cimitero
Ore 10.00 Santa messa, presieduta dal parroco, con l'intervento delle autorità cittadine in suffragio dei defunti di Paduli
Ore 15.30 Benedizione delle tombe

Al cimitero è possibile guadagnare le indulgenze applicabili ai fedeli defunti. Pertanto c’è bisogno della confessione sacramentale, della partecipazione alla Santa messa, della Santa comunione, della recita del Credo e della preghiera secondo le intenzioni del romano pontefice.


Come ogni anno, a cura della Caritas parrocchiale,
Un fiore per la vita

Da lunedì 5 novembre Ottavario dei defunti chiesa Madre
Ore 18.00 Adorazione e recita dei Cento Requiem
Ore 18.30 Santa messa chiesa Madre

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