Editoriale

Diritto di dire alla gente quel che non vuol sentire



Se la libertà significa qualcosa allora è il diritto
di dire alla gente quello che non vuole sentire.

George Orwell


Comunichiamo senza soluzione di continuità, non rendendoci neanche conto della veridicità o no di quello che propaliamo in base a luoghi comuni delle più diverse specie. Oppure facciamo delle allusioni, così, giusto per screditare una persona sulla base delle sole nostre concezioni ideologiche. Tali mi sono parse le affermazioni del presidente Carlo Principe nel suo Riflessioni sulla gioventù nella Chiesa beneventana da noi pubblicato e che si può leggere in Prima pagina.

Almeno per quanto riguarda i matrimoni, la nostra è tra le cinque province in netta controtendenza, con un aumento significativo delle celebrazioni; di queste l'80 per cento sono di natura religiosa e il 20 per cento matrimoni civili.

Oggi siamo presi dalla smania di comunicare, vogliamo sempre fare la battuta più brillante, corriamo a esprimere la nostra opinione su fatti storici, magari senza esserci informati opportunamente, com'è il caso di Ernesto Guevara de la Serna detto Che, bollato con l'epiteto infamante di "rivoluzionario pluriomicida". Il livore manifestato dal presidente Carlo Principe traspare in tutta la sua evidenza, le parole divengono dardi infuocati, perdono di sincerità ma soprattutto di connessione col reale. D'altra parte siamo in quella che è stata definita era della post-verità, quell'argomentazione, caratterizzata da un forte appello all'emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l'opinione pubblica.

Mentre è sempre più facile cadere nelle trappole della propaganda e della disinformazione, sarebbe opportuno documentarsi su più fonti e poi confrontarle. Non esprimersi solo in modo da ottenere qualche "like" in più. In una recente mia intervista al fratello di Ernesto Che Guevara, Juan Martín Guevara (con me qui nella foto), c'è stata proprio una domanda sulle accuse mosse in relazione al ruolo che Ernesto Guevara ha avuto come giudice d'appello nel contesto dell'applicazione delle cosiddette "Ley de la Sierra", ossia di quella normativa penale risalente al XIX secolo che comminava la pena capitale per i criminali e che venne estesa all'intero territorio cubano nel 1959, allo scopo di perseguire coloro che erano considerati "criminali di guerra". A proposito di queste accuse, Jon Lee Anderson afferma di non aver trovato fonti credibili che attribuiscano a Guevara la morte di innocenti, bensì di quanti si erano macchiati di colpe come stupri, torture e omicidi e di aver condotto le sue ricerche anche tra gli anticastristi e la comunità cubana in esilio. Durante l'intervista ho avuto modo di esaminare documenti autentici compresa una lettera di Fidel Castro e un'altra del papa. Juan Martín Guevara mi ha detto di avermi risposto come fece a una giornalista tedesca che gli chiedeva la stessa cosa: «Proprio lei mi pone una domanda simile, voi che in Europa avete avuto il Tribunale di Norimberga, mettendo sotto accusa i principali criminali di guerra per poi fucilarli e impiccarli?».

Analoga espressione infelice è stata quella riguardante John Lennon, definito "tossicomane e alcolista", aggiungendo in parentesi "ucciso a colpi di pistola a 40 anni" quasi a mettere in relazione le due cose. Se nella sede della Pastorale giovanile si trovano citazioni di queste due icone degli anni Sessanta, sarà forse perché il Che ha lottato per liberare Cuba dalla dittatura di Fulgencio Batista e per essere sempre stato dalla parte dei diseredati (il viaggio attraverso l'America latina compiuto da giovane gli fece toccare con mano le condizioni di povertà e asservimento in cui versavano le popolazioni locali), mentre John Lennon figura tra le più grandi icone musicali di tutti i tempi, e canzoni come "Imagine" e "Strawberry Fields Forever" sono state classificate tra le migliori composizioni del XX secolo?

Queste cose vanno dette, precisate, caro presidente Principe, e lo faccio, non me ne voglia per questo, per non limitare quella libertà d'espressione in un'epoca in cui dovrebbe essere virtualmente al suo massimo ma che per paura di offendere viene troppe volte relegata in un angolo. E pazienza se, come diceva Martin Luther King, "per farsi dei nemici non è necessario dichiarare guerra, basta dire quello che si pensa". Se persone come lui si sono sacrificate in nome della libertà forse vuol dire che questi principi non riguardano solo l'opportunità personale, sono invece veri e propri valori culturali. Al contrario stiamo perdendo l'attaccamento alla realtà fattuale delle cose e anche l'inclinazione ad accettare la verità, soprattutto quando è scomoda.

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