L'angolo del libro

Ci piaceva giocare a pallone, di Eraldo Pecci



«La società ci regalò una visita in Vaticano, al Santo Padre che allora era Paolo VI, già cardinal Montini. Fu una esperienza incredibile. Ero giovane e il problema del mio rapporto con la fede non l'avevo ancora preso in seria considerazione. Per la verità ancora oggi mi trovo in difficoltà e in ritardo sull'argomento e non so come e se ne uscirò fuori, ma questo non c'entra con quella visita. L'aveva organizzata don Libero Nanni che era il nostro padre spirituale. Era un bravo prete e, oltre l'impegno che richiedeva la sua parrocchia, passava la maggior parte del suo tempo in fabbrica con gli operai. Fu veramente un pomeriggio straordinario, un pomeriggio indimenticabile. Ci avevano fatto accomodare in un ampio salone, credo fosse quello che dà sulla finestra dalla quale la domenica i papi si affacciano per parlare ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. Dopo una brevissima attesa il Santo Padre apparve e ci raggiunse percorrendo i pochi metri che ci dividevano. A guardarlo bene era un uomo piccolo e magro, ma emanava immediatamente un senso di grandezza, di tranquilla forza, di potenza senza bisogno di muscoli, senza necessità di pronunciare una parola. [...] Poi il Santo Padre ci intrattenne per circa mezz'ora parlandoci con una voce gentile e suadente toccando temi importanti. Aveva un atteggiamento che faceva pensare di essere a nostra disposizione, al nostro servizio, senza distacco o altezzosità, ma mantenendo un maestoso carisma. Era la persona più importante del mondo e la più disponibile. Fu un grande insegnamento, il momento più alto della mia giovane vita. [...] Diversi anni dopo, sempre col Bologna, fummo ricevuti di nuovo in Vaticano. Il pontefice allora era papa Wojtiła. A don Libero, nel ruolo di padre spirituale della squadra, si era aggiunto il giovane don Lucio e il Santo Padre quando li vide disse: «Due padri spirituali? Ma vanno d'accordo?». [...] Il pontefice fu molto gentile e spiritoso e fu un Pastore che ammirai in modo particolare, che lavorò moltissimo, colui che riportò la Chiesa in giro per il mondo, fu determinante nel crollo del muro di Berlino e tanto altro nella storia. Ma il magnetismo di Paolo VI non l'ho più riscontrato in nessun essere umano che ho conosciuto».

Eraldo Pecci, 65 anni, ha esordito in Serie A all'età di 19 anni con il Bologna e ha poi giocato nel Torino, nella Fiorentina, nel Napoli e nel Vicenza. Oggi è una presenza fissa negli studi di Rai Sport come brillante commentatore e opinionista. Quanto sopra riportato compare nel suo libro Ci piaceva giocare a pallone - Racconti di un calcio che non c'è più. Sono tanti episodi narrati e apparentemente slegati tra loro. L'infanzia in Romagna, a Cattolica. Le prime corse sui campetti dell'oratorio gestito dai preti, terreni di gioco in terra battuta e qualche sasso. Le prime partite con i ragazzi più grandi, e poi il primo contratto da professionista con il Bologna, per scelta, nonostante l'ottimo provino con la Juve, il trasferimento dal paese alla grande città, la Serie A, l'esordio in Nazionale, le trasferte all'estero: gli incontri con Bulgarelli, Bearzot, Maradona e tanti altri.

Il libro è come un dipinto che ritrae un calcio nostalgico e poetico tale da apparirci oggi come una favola. È la dichiarazione d'amore al gioco che ha contraddistinto la sua vita e quella di milioni di appassionati, indipendentemente dall'appartenenza alla propria squadra del cuore: «Ognuno ha le sue teorie. Chi dice che oggi il gioco è più veloce, chi dice che è solo più caotico essendosi accorciate le squadre in campo, lasciando meno spazi liberi. Chi dice che la palla si muove troppo in orizzontale, mentre l'Olanda di Cruijff... Chi parla di progressi della medicina, chi della qualità dei materiali. Ma ovunque giocherai, se ti piace giocare, trasmetterai entusiasmo. E ci sarà sempre qualcuno che si ricorderà di te. Non di quanto guadagnavi, di quante medaglie hai vinto. Ma della cosa più importante: di come giocavi a pallone».


Giancarlo Scaramuzzo

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