Editoriale

Cedere alle intimidazioni


In meno di tre mesi è la seconda volta che accade. Siamo stati costretti a rimuovere, o dalla home page o dall'archivio, articoli che avevano quale unica colpa quella di esprimere un'opinione. In maniera civilissima. Dissi la prima volta che si sarebbe creato un pericoloso precedente. Così è stato. Questa volta hanno compiuto veri e propri atti intimidatori nei confronti di una nostra collaboratrice prima, pressioni indebite nei confronti del proprietario del giornale poi. Per tale motivo diserterò, non in segno di protesta come sostenuto in un primo momento, ma perché provato fisicamente, il Consiglio pastorale parrocchiale che si terrà fra poche ore. Trattenermi dal denunciare questo inconcepibile stato di cose sarebbe stato impossibile. Abbiamo ceduto quindi alle intimidazioni. Per la pace della nostra collaboratrice.
Inutile aggiungere che la vicenda, le vicende, mi lasciano un retrogusto amaro per l'iniquità di quanto accaduto e che reputo di una gravità inammissibile. Resta il comportamento da vigliacchi in quanto, non potendo raggiungere ed esercitare pressioni sul sottoscritto, non dimentichiamolo, giornalista iscritto all'albo professionale e che conosce come si applica la legge sulla stampa, se la sono presa con una persona che è dovuta sottostare a miserevoli ricatti. E tutto ciò si riassume in un unico aggettivo: vomitevole!

Quanto sopra riportato deflagra in una giornata in cui Reporters sans Frontières rende nota la classifica della libertà di stampa 2017 che colloca l'Italia al 52° posto al mondo. Si dirà che è risalita dal 77° guadagnando posizioni, ma sono decenni oramai che il nostro Paese oscilla tra il 45°, nella migliore delle ipotesi, e, appunto, il 77°.
Nel rapporto stilato, guarda un po', per la situazione nella nostra Penisola, si legge che permangono intimidazioni verbali o provocazioni e minacce.



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